Viterbo – “Covid cigno nero dell’economia”, lo ha definito il premier Giuseppe Conte approvando il Documento di economia e finanza, ipotizzando per quest’anno un calo dei consumi del 7,2%, un crollo delle esportazioni del 14,4% e delle importazioni del 13,5%.
“Io l’ho detto sempre, fin dall’inizio, che il contagio economico sarebbe stato molto più lungo del contagio sanitario”, dice nel frattempo il direttore di Confartigianato Viterbo, Andrea De Simone, parlando dell’attesa Fase 2 dell’emergenza Coronavirus, che entro il mese di maggio dovrebbe consentire maggiore mobilità alla popolazione e la ripartenza scaglionata delle principali attività economiche.
Il decreto Cura Italia riuscirà a curare oltre alla salute degli italiani anche l’economia del Paese?
“Al di là del calendario delle riaperture, il problema forte per le imprese oggi è di liquidità che dalle imprese si è spostato all’interno delle famiglie. Ho parlato con tanti imprenditori questa settimana. Cito un caso: lui piccolo imprenditore edile con la moglie che lavora in un ristorante. Lui che non ha ancora ricevuto i 600 euro dell’Inps, lei che è ancora in attesa della cassa integrazione, figli in età scolare: iniziano ad esserci problemi a mettere insieme il pranzo con la cena. E magari è una famiglia che fino a due mesi fa non mancava di nulla, nessun agio particolare, ma non mancava nulla”.
Eppure non si fa che parlare di aiuti alle imprese e di sostegni economici alle famiglie…
“Purtroppo le risposte che sono arrivate dal governo non sono state sufficienti. Non è tanto una critica al governo. Io credo proprio che il paese Italia non si possa permettere quello che altri paesi si sono potuti permettere, perché sentiamo da altre parti soldi nelle tasche degli imprenditori arrivati nel giro di qualche giorno. Qui ci abbiamo girato intorno, con tanti decreti. Non ce lo possiamo permettere”.
Cosa serve all’Italia e agli italiani per superare l’emergenza Covid?
“E’ un’Italia che non si può permettere di andare avanti con i sussidi e quindi è indispensabile ripartire con il lavoro. Purtroppo abbiamo visto i sussidi: 600 euro che sono arrivati tardi e male. Abbiamo visto i tentativi di intervento regionale, come il bando di Fare Lazio l’altro giorno: ce la siamo presa col sito che funzionava male, ma non era un problema di sito, era un problema che c’erano 55 milioni di euro e quindi c’era la possibilità di far contente cinquemila aziende. Hanno fatto la domanda più di 50mila e il sito si è impallato. Ma non è il sito il problema, il problema sono i pochi fondi”.
Un problema politico?
“Non è nemmeno un problema politico. I soldi sono quelli, la coperta è quella, sempre troppo corta. A livello governativo, stavo a vedere questa potenza di fuoco annunciata, è il nulla, perché non sono soldi messi sul campo, sono ipotesi di garanzie. Proprio poco fa leggevo sul mio profilo Facebook un parrucchiere che mi commentava: ‘Sono andato in banca a chiedere questi benedetti 25mila euro e la banca mi ha detto di no, anche se la pratica può essere garantita al cento per cento dallo stato. Perché?’. Perché comunque è insindacabile il giudizio della banca per la concessione o meno del finanziamento, perché la banca si sente comunque nel diritto di fare un’indagine sul passato dell’imprenditore e se nel passato l’imprenditore si è scordato di pagare tre rate della lavatrice, il finanziamento oggi non glielo danno. La realtà è questa. Un problema forte di liquidità, quindi l’artigiano ha da un lato la disperazione del momento per le difficoltà all’interno della famiglia, dall’altro la preoccupazione per il futuro perché non sanno né quando aprono, né a che condizioni”.
Quali sono le categorie che avranno maggiori difficoltà a ripartire?
“Rischiano parrucchieri che possono ricevere un cliente alla volta, quindi uno ogni una-due ore. Immaginiamo una donna che si va a fare la tinta, sono due ore- due ore e mezza di intervento. Con tutti i prodotti monouso, usa e getta, sanificazione. Tutto giusto per carità, non è una critica alle misure di carattere sanitario. Ma ci vogliono soldi da investire nell’immediato. E poi credo che un centro di acconciatura con 3-4 dipendenti, se non può far entrare 3-4 persone contemporaneamente, che ci fa coi dipendenti?”.
C’è da aspettarsi una pioggia di licenziamenti tra i dipendenti?
“Le 9 settimane di cassa integrazione a metà maggio finiscono. Verrà forse finanziata un altro mese? Non lo so.Vedremo che succederà col decreto-aprile. ma io prevedo che ci daranno dei dipendenti che si sentiranno dire: ‘Caro mio, io posso lavorare con due clienti per volta e quattro dipendenti non mi servono più”.
Parrucchieri a rischio. Anche i ristoranti?
“Il discorso è chiaro. Il ristorante che fa cento coperti, è lo stesso. Abbiamo sentito l’altra sera Paolo Bianchini in televisione. Se da cento me ne fanno fare trenta o quaranta, a me non conviene nemmeno accendere la cucina, il forno, i fornelli. Non è nemmeno un problema di dipendenti, ma se devo mettere in moto tutto il processo, accendere il riscaldamento d’inverno e l’aria condizionata d’estate, accendere i fuochi e tutto il resto, io non posso lavorare. C’è l’incertezza di capire il come, ma anche di capire se poi il cliente avrà così tanta voglia di andare in un ristorante che è più una sala operatoria che un luogo di convivialità”.
E’ prevedibile un aumento dei prezzi?
“Quella sarà una conseguenza normale, perché comunque parrucchieri e ristoratori andranno a guadagnare di meno e comunque un minimo se lo dovranno portare a casa, quindi è evidente che ci sarà un ritocco dei prezzi. Un fenomeno che riguarderà tutte le categorie che andranno a riaprire. Perché se tutti lavoreranno a mezzo servizio, bene che vada, è evidente che poi ne risentiranno i prezzi”.
Gli edili, gli idraulici… come stanno messi?
“Idraulici, impiantisti, teoricamente non si sono mai fermati, perché hanno sempre potuto lavorare, perché sono considerati lavori di somma urgenza, perché se mi si rompe il bagno a casa devo poter chiamare qualcuno. E’ chiaro però che hanno lavorato a scartamento ridotto. I cantieri edili, che hanno potuto lavorare fino alla terza chiusura, quella del 22 marzo. ora potranno riaprire. Io credo forse che nei cantieri sia un pochino più facile pensare a delle forme di protezione.Perché sì, ci vorranno degli accorgimenti particolari, ma in un cantiere non lavoro con il pubblico, quindi devo lavorare in modo più attento, ma posso comunque andare avanti a lavorare. E’ un settore che forse può ripartire con un po’ più di speranza”.
Quali saranno le imprese più penalizzate?
“Sono quelle che lavorano con il pubblico, tutte le attività che vanno da quelle di somministrazione come bar e ristoranti ai saloni di parrucchieri, ai centri estetici. Non che il negozio di abbigliamento non possa avere difficoltà. Se pensiamo alla sanificazione che dorvranno fare su ogni abito che viene provato, giustamente, al dover far entrare un cliente per volta… Anche lì, ci sta che il negozietto piccolo faccia entrare un cliente per volta, ma il negozio grande con dieci dipendenti, e a Viterbo ce ne stanno, che deve far entrare 2-3 clienti per volta, che ci fa coi suoi dipendenti?. La conseguenza, nel medio periodo, credo che sarà tanta gente che sarà in giro senza lavoro”.
C’è una forte preoccupazione di liquidità nell’immediato…
“Ma anche per il futuro. Io l’ho detto sempre, fin dall’inizio, che il contagio economico sarebbe stato molto più lungo del contagio sanitario. Siamo contenti che la curva dei contagio sanitario stia diminuendo, che la nostra città fortunatamente sia stata solo lambita, sfiorata, ma non toccata in modo pesante rispetto ad altre zone d’Italia, che tra la gente comune, a parte quei poveretti degli anziani, specie quelli ospitati presso strutture, non ci siano stati tanti casi di contagio. Questo ci dà speranza e fiducia dal punto di vista sanitario però non ci toglie le preoccupazioni sul resto”.
Silvana Cortignani
