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“Nulla sarà come prima, ma si deve ripartire”

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Roberto Bernabei

Roberto Bernabei

Tarquinia – “Nulla sarà come prima. Ma dopo due mesi si deve ripartire”. Tanta incertezza ma altrettanta voglia di ricominciare per Roberto Bernabei, parrucchiere per uomo e donna, titolare di uno storico salone in corso Vittorio Emanuele e consigliere di Cna Tarquinia.

Il blocco delle attività per il coronavirus sta provocando danni economici enormi a saloni di acconciatori e centri estetici. Un comparto fatto soprattutto di micro e piccole imprese, che chiedono di tornare a lavorare e di avere un quadro normativo chiaro, per operare in sicurezza, tutelando la salute dei clienti, dei dipendenti e degli stessi imprenditori. “Nel 1983 ho rilevato l’attività da un collega andato in pensione – dice Bernabei -. Nel 2013 ho inaugurato un salone estivo a Marina Velca, che spero di aprire anche quest’anno. La mia è una realtà comune a quella di tanti altri saloni, che hanno cinque o sei dipendenti”.

Quali sono le preoccupazioni più grandi in vista della riapertura?
“Sono in attesa delle disposizioni del Governo per il protocollo sanitario. Non è ancora chiaro quali saranno le misure da prendere dentro il salone e soprattutto quale sarà la data di apertura, nella “fase due”, nel Lazio e nella provincia di Viterbo. La preoccupazione più grande? Restare sul mercato, mantenendo un livello di fatturato e costi che garantisca a me e ai miei dipendenti il reddito che finora sono riuscito a garantire. L’adozione delle nuove disposizioni igienico-sanitarie, si tradurrà in un incremento di costi per la mia struttura in termini di risorse materiali e tempi di lavorazione”.

Come cambierà la professione?
“Sono sempre stato al passo dei tempi. Dovrò ancora di più puntare su una gestione programmata “al minuto” degli appuntamenti. Cosa che già da tempo faccio nel mio salone. Occorrerà calcolare in modo accurato i tempi ed essere più rapidi: a partire dalla prenotazione telefonica ai servizi alla persona, che comprendono la sanificazione ancora più frequente dell’ambiente e degli strumenti di lavoro, seguendo le disposizioni che ci verranno dettate. Cercherò di evitare disagi alla clientela, dovuti al dilatarsi dei tempi del servizio”.

È possibile che ci sia un aumento dei costi per i clienti? Se sì a cosa sarebbe dovuto?
“In parte ho già risposto. Sarà inevitabile. Chi non farà un ritocco dei costi sarà costretto a chiudere. Mi spiego. L’adozione di quello che sarà il nuovo protocollo sanitario comporterà che tutti i servizi richiedano tempi più lunghi di permanenza nel salone e a questo si aggiungerà la spesa per la biancheria monouso e la sanificazione della postazione del cliente in uscita. Il cliente in entrata sarà ricevuto con camice monouso e gel disinfettante per le mani. Io e i miei dipendenti avremo mascherina, visiera in plexiglas e guanti, per tutelare la salute. Tutto questo incrementerà il costo del servizio e insieme ai tempi allungati sarà motivo della diminuzione degli incassi giornalieri di almeno il 30%. Le regole per la prevenzione del contagio avranno un costo rilevante, per il materiale monouso, la sanificazione specifica e continua di spazzole, pettini e forbici. Senza dimenticare il distanziamento delle postazioni di lavoro. Mi domando come faranno saloni in cui il personale è più numeroso a evitare gli assembramenti. Credo che i titolari saranno costretti a tenere in cassa integrazione o a licenziare i propri dipendenti. Mi auguro che ovviamente non sia così”.

Come sarà possibile combattere l’abusivismo e i comportamenti non corretti degli operatori privi di qualifica?
“Non si può esercitare il nostro mestiere fuori dai saloni. Contro i parrucchier “furbetti”, che evadono il fisco lavorando in nero, devono essere intensificati i controlli e inasprite le sanzioni. A maggior ragione adesso che non possono garantire tutte le norme igieniche preventive. Non si tratta soltanto del dovere di ogni cittadino di contribuire in base al proprio reddito al sostenimento dello Stato, dal quale si pretende tutto, ma anche di difendere la salute di tutti noi”.

Ritiene che ci saranno molte saracinesche abbassate, viste le grandi difficoltà per pagare affitti, dipendenti e fornitori? Che cosa dovrebbero fare le istituzioni per sostenere il settore?
“Ognuno di noi spera ovviamente nella ripresa, ma, nelle chat tra colleghi, è evidente che in tutta Italia il settore è e sarà in crisi. Molti non arriveranno a fine anno. Le tasse già elevate prima, ora diventano non più sostenibili. Gli affitti dei locali sono troppo alti. L’energia elettrica è la più cara d’Europa. La chiusura di quasi due mesi e gli aiuti “simbolici”, che forse arriveranno a qualche collega, allungheranno soltanto i tempi della chiusura dell’attività. Mi aspettavo, ci aspettavamo, dallo Stato un contributo a fondo perduto di almeno 5mila euro. Una misura adottata in altri Paesi europei, dove sembra che i nostri colleghi abbiano preso fino a 9mila euro. Qui, ci sono invece 600 euro dati a tutti, anche a chi non ne avrebbe bisogno”.

Daniele Aiello Belardinelli


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