Viterbo – “Terrorism? Oh, no! In the near future the most problems will come from epidemics!” Così mi rispose, più o meno, Zygmunt Bauman quando gli chiesi conto dei pericoli che avrebbe dovuto affrontare la società del XXI secolo. Era il 2010, aveva tenuto una lezione magistrale alla Sapienza; allora il mondo si leccava le ferite della crisi finanziaria di due anni prima e ancora ricordava gli attentati terroristici di Al Qaeda a Madrid e a Londra.
Sars e Aviaria avevano creato già disagi e difficoltà ai sistemi sanitari internazionali, che però non avevano colto del tutto la potenziale gravità della loro apparizione in rapida sequenza. L’anno precedente era fallita la Cop 15 di Copenaghen sull’ambiente, segno evidente che il mondo più avanzato era ancora concentrato sui problemi della finanzia internazionale e, semmai, sulle dinamiche proprie della guerra, ancorché di una guerra non tradizionale come quella scatenata dal terrorismo islamico.
Colsi la risposta di Bauman con un sorriso complice. Nel 2006, in un volume da me curato dal titolo “La società del rischio globale”, scrivevo: “un crack finanziario, un’epidemia incontrollata, il divampare del terrorismo sono rischi innescati dalla globalizzazione che possono sconvolgere la vita delle persone anche quando si verificano a migliaia di chilometri di distanza, perché i loro effetti si diffondono velocemente all’intero pianeta”.
Non mi sto appuntando medaglie sul petto, voglio solo dire che se ne parlava da tempo, la questione non era poi una novità; di rischio epidemico non ne trattavano solo i virologi, ma anche i sociologi, e da oltre un decennio. Tuttavia confesso che si trattava più di un esercizio teorico che di una profezia o di un richiamo.
Non si pensava che con il Covid-19 si sarebbe arrivati a tanto, certi aspetti sembrava potessero far parte solo della sceneggiatura di un film di genere catastrofico. Da questo punto di vista non è inaspettato che sia sorta una epidemia; è inaspettata la virulenza, la diffusione, la sua capacità di mettere in ginocchio il sistema sanitario, produttivo, sociale del pianeta.
La pandemia del coronavirus oggi è una minaccia per l’ Umanità. Lo ha detto senza tanti giri di parole il segretario dell’ONU Gutierres, e questo non suona solo come una minaccia fisica o economica; sposta completamente anche i criteri di interpretazione e la valutazione degli scenari, delle abitudini, delle credenze e persino dei valori in campo.
Tra le tante difficoltà sanitarie, economiche, organizzative e comportamentali, Covid-19 ha posto infatti un quesito di non secondaria importanza: quanto può essere sacrificata la libertà personale per poter fronteggiare al meglio l’epidemia?
Esponenti del governo, dell’opposizione, analisti e commentatori hanno sottolineato come allo stato attuale sia necessario intervenire sulle libertà personali, anche se per il minor tempo possibile e in maniera del tutto provvisoria.
In Cina – dove vige un regime a democrazia limitata – non si sono neppure posti il problema: le persone sono stare sottoposte a controlli serratissimi, senza tante remore, che hanno sortito effetti positivi nel giro di tre mesi.
I cittadini cinesi hanno diligentemente pensato a sopravvivere, e i sopravvissuti al contagio saranno certamente grati al Partito che li ha salvati, senza ragionare se la loro libertà è stata conculcata, offesa o comunque limitata.
Ma nel mondo libero occidentale le cose funzionano diversamente.
La nostra Costituzione è stata scritta subito dopo il crollo della dittatura fascista; così, essa esprime innanzitutto la cura dei suo estensori, dei padri della nostra Repubblica nell’innovare rispetto ad un regime dittatoriale che manipolava le libertà individuali e i diritti inviolabili dei cittadini. La Costituzione Italiana condivide molti dei principi della Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo, promulgata un anno più tardi, che si esprime allo stesso modo contro ogni forma di governo assolutistico, alludendo al fascismo, al nazismo e al comunismo.
Così non è certo un caso che i primi articoli della nostra Costituzione insistano innanzitutto sui diritti e sulla protezione dei cittadini, limitando puntigliosamente qualsiasi ingerenza dello stato sulle libertà individuali.
Ben più in là, all’art.32, la Costituzione si ricorda della salute dei cittadini, riconoscendola sì come bene fondamentale, ma è evidente come essa venga intesa come logicamente conseguente alla tutela dei diritti politici. D’altronde, tale è la difesa dei diritti dell’individuo che oggi il rispetto della privacy viene prima di quello dell’ordine pubblico; su questi temi si è innescata una complessa e irrisolta discussione che coinvolge divergenti principi ideologici e di filosofia del diritto.
Tutto questo, a distanza di quasi 73 anni dalla promulgazione della nostra Costituzione, forse dovrà essere rivisto; lo pretende la proliferazione incontrollata del coronavirus, che come dicevo sconvolge le priorità della convivenza.
Che taluni si siano preoccupati di veder ferito, nei provvedimenti presi dal nostro e da altri governi, il valore assoluto e insindacabile della libertà, prima ancora che impressionarsi per i decessi dimostra che in gioco c’è più che un problema di scelte strategiche: in gioco ci sarebbe la possibile riconsiderazione del senso della libertà.
La domanda è: il concetto di libertà è assoluto, o può modificarsi a seconda delle dinamiche della storia e i bisogni dell’Uomo, compresi quelli della propria sopravvivenza?
Una prima risposta potrebbe provenire dalla Storia: la libertà di cui parlava Pericle al tempo di Atene era un privilegio di pochi maschi; così come quella della Magna Charta; quella della Dichiarazione d’Indipendenza americana era riservata ai bianchi; quella elaborata dal pensiero liberista profumava di economia capitalista e di luteranesimo; quella di stampo socialcomunista era riservata al proletariato.
E che dire del concetto di libertà elaborato in alcuni paesi asiatici di ispirazione islamica o comunista, dove in alternativa alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dl 1948, essa si deve sottoporre agli interessi dello Stato?
Del resto, Eric Fromm distingueva fra “libertà da”, concetto politicamente corretto correlato al progresso, e “libertà di”, concetto che coinvolgerebbe una reciprocità di diritti e un incrocio tra diritti e doveri che andrebbe anche al di là degli interessi del singolo.
Martin Luther King lo aveva espresso chiaramente, riprendendo una intuizione di Rousseau: la libertà dell’individuo finisce dove inizia quella dell’altro; quindi finisce dove inizia la tutela dei diritti di tutta la collettività. In alternativa il rischio sarebbe quello di trasformare la libertà in licenza, una prerogativa senza confini, egotistica ed egoistica, anarchica, che divora sé stessa.
Ma torniamo al coronavirus. Dopo di lui, si dice, il mondo non sarà più lo stesso: del resto, non è mai lo stesso, specie se viene sconvolto. E, attraverso la globalizzazione – che pure è inevitabile e necessaria – domani ogni malanno potrà trasformarsi in pandemia. Si può quindi prevedere che il mondo ne esca con l’intenzione di investire molto di più sulla sanità, sull’igiene personale e collettiva, sulle modalità degli scambi internazionali, sui costumi culturali, sull’ambiente, sulle forme di prevenzione e sulla gestione della precauzione.
Ma per gran parte di queste strategie, che diverranno fondamentali negli anni a venire, proprio per farsi trovare pronti a contrastare la pandemia prossima ventura, occorrerà ripensare alla graduatoria di importanza dei bisogni, dei valori, delle risposte. E quindi anche del senso e del modo di esprimere la libertà.
L’occidente ha una tradizione forte, sulle libertà; ma non deve diventare un cappio al collo che impedisce di operare a salvaguardia di un bene altrettanto prezioso: la vita.
Lo sforzo di elaborazione ideologica, politica, pragmatica, se vogliamo socioantropologica, del concetto di libertà e della sua applicazione pratica dovrà essere potente; tale da non mettere in difficoltà una società e un governo che dovessero – dovranno – fronteggiare altre e ricorrenti emergenze come quella attuale.
Perché, di fronte ad una strage come quella di oggi, molti – specie i contagiati e i loro parenti e amici – si chiedono come sarebbero andate le cose in Italia se si fosse applicato il rigido e assolutista modello Cina invece che il comprensivo e civile modello Europa. Senza arrivare a stravolgere la nostra civiltà del diritto, è evidente che in futuro le cose dovranno dipanarsi diversamente a partire da una diversa idea di intervento di protezione civile e di logica di governo dell’emergenza.
Affidarsi all’autocontrollo dei cittadini, di quelli che hanno collezionato centoventimila denunce in una settimana per aver contravvenuto alle nuove disposizioni di legge sugli spostamenti, quello dei furbetti del cagnolino e del running terapeutico, evidentemente è un suicidio.
La libertà deve diventare un bene inalienabile che va meritato da chi è capace di rinunciarvi, anche solo temporaneamente, per un bene superiore, quello della sopravvivenza e degli interessi di tutti.
Ma con un caveat fondamentale: solo in una vera democrazia il popolo può decidere ed essere consapevole che la rinuncia a certe libertà si può fare in nome dell’interesse comune; in altri casi, il rischio è quello che i dittatori se ne approfittino per coartare la libertà e la democrazia a prescindere, come sta avvenendo ad esempio in Ungheria, o si facciano vanto di certi successi per rafforzare la repressione, come rischia di accadere in Cina.
Di certo, il XXI secolo sarà segnato da questa pandemia e dalle prossime. Occorrerà ripensare la società in funzione di risposte che garantiscano la sopravvivenza degli individui in tutte le loro prerogative, ma ad iniziare dalla salute, quindi dal diritto alla vita. Che, come minimo, non può essere scisso da quello alla libera espressione di sé.
Francesco Mattioli
