Viterbo – ( sil.co.) – Okay agli arresti domiciliari, Ionel Pavel fuori dal carcere dopo oltre un anno trascorso in cella.
È stata accolta l’istanza presentata dalla difesa al presidente del collegio Gaetano Mautone. Il 36enne di nazionalità romena starà a casa con la misura di custodia cautelare ulteriormente rafforzata dall’imposizione del dispositivo di controllo a distanza del braccialetto elettronico e il divieto assoluto di comunicare con l’esterno usando il computer o il telefonino.
È uno dei 13 arrestati nel blitz antimafia dell’operazione Erostrato. Scattato il 25 gennaio 2019, ha sgominato una banda di criminali italo-albanesi, capeggiati dai boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi.
Lo scorso mese di gennaio erano stati rimessi in libertà Manuel Pecci e Emanuele Erasmi, gli unici due per cui erano stati disposti i domiciliari col braccialetto elettronico e gli unici due per i quali, dopo un anno, la misura cautelare è stata totalmente revocata.
Da un paio di anni, secondo i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò della Dda di Roma, il sodalizio seminava il terrore a Viterbo, incendiando vetture e compiendo atti intimidatori nel tentativo di imporsi nel settore dei compro oro e dei localì da ballo. Rebeshi, che era già in carcere per traffico internazionale di cocaina, avrebbe cercato di imporsi anche nel mercato dello spaccio.
Figura minore quella di Ionel Pavel, unico romeno del gruppo, operaio. Comunque soggetto pericoloso, accusato anche di avere dato alle fiamme, nel 2014, il capannone e alcuni camion dell’ex datore di lavoro, a Tarquinia, per vendicarsi del licenziamento.
Nell’ambito di Mafia viterbese, Pavel è uno dei tre cui viene contestata l’aggravante del metodo mafioso, ma non l’associazione di stampo mafioso.
Ciononostante la vicinanza con il boss Rebeshi gli è costata 14 mesi di carcere, tra Mammagialla e il reparto di alta sorveglianza del carcere di Torino, dove è stato trasferito dopo l’interrogatorio di garanzia, quando tutti gli indagati detenuti sono stati sparpagliati in vari istituti di pena della penisola.
Pavel, assieme ai due artigiani viterbesi Emanuele Erasmi e Manuel Pecci, è a processo col rito ordinarlo davanti al collegio del tribunale di Viterbo presieduto dal giudice Gaetano Mautone. Lo scorso 9 marzo la prima udienza. A Mammagialla, per il collegamento in videoconferenza proprio col carcere di Torino dove l’imputato era recluso, impossibilitato ad essere tradotto a Viterbo per via delle restrizioni anti Coronavirus che già sconsigliavano la movimentazione dei detenuti.
Gli altri dieci, tutti in carcere, hanno chiesto l’abbreviato davanti al gip del tribunale di Roma Emanuela Attura.
Che Pavel non fosse una figura di spicco dell’organizzazione lo scrive lo stesso giudice nell’ordinanza con cui ha accolto la richiesta del difensore Michele Ranucci.
“Tali azioni – si legge – si iscrivono in una serie di numerosi atti intimidatori, estorsivi ed incendiari posti in essere nel territorio di Viterbo e zone limitrofe con il fine di acquisire il controllo del territorio in determinati settori economici da parte deli partecipanti all’associazione mafiosa’’.
Pavel, conclude il presidente Mautone, ‘’avrebbe partecipato a tre episodi delittuosi funzionali al perseguimento degli scopi associativi dei sodali, commettendo azioni criminosi quale ‘uomo di fiducia’ oppure su incarico del Rebeshi”.


