Viterbo – (sil.co.) – Mafia viterbese, slitta ancora il processo ai tre arrestati dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019 che hanno scelto il rito ordinario davanti al collegio del tribunale di Viterbo presieduto dal giudice Gaetano Mautone.
Sono il parrucchiere Manuel Pecci, l’artigiano Emanuele Erasmi e l’operaio Ionel Pavel, l’unico d’origine romena dei tredici arrestatinel maxiblitz che all’inizio dell’anno scorso ha smantellato una persunta organizzazione criminale italo-albanese capgeggiata dai boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato. Gli altri dieci, tutti accusati di associazione per delinquere, sono tuttora in carcere in attesa che riprenda, emergenza Coronavirus permettendo, il processo col rito abbreviato in corso davanti al gip Emanuela Attura del tribunale di Roma.
Pecci e Erasmi, cui viene contestata come a Pavel la sola aggravante del metodo mafioso, dopo un anno ai domiciliari col braccialetto, sono tornati completamente liberi a gennaio. Su istanza del difensore Michele Ranucci, il presidente Mautone ha invece concesso pochi giorni fa gli arresti domiciliari col braccialetto elettronico a Pavel, che era ristretto nel carcere di Torino, nonostante il parere contrario dei pubblici ministeri Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci. Pochi giorni fa è stato trasferito nel capoluogo, a casa della madre.
L’udienza prevista oggi sarà rinviata in quanto il difensore dell’unico imputato in misura cautelare, ovvero Pavel, non ha chiesto, come sarebbe stato suo diritto, che venisse celebrata, chiedendone espressamente il differimento a causa dell’emergenza Covid19.
“Il mio assistito – ribadisce l’avvocato Ranucci – non faceva parte del sodalizio, aveva contatti solo con Rebeshi. Come se non bastasse, il collaboratore di giustizia e coimputato Sokol Dervishi, confermando la sua partecipazione, ha escluso la partecipazione di Ionel Pavel ai reati che gli vengono contestati”.
Il processo si è aperto lo scorso 9 marzo in videoconferenza a Mammagialla, alla vigilia del lockdown, per consentire al romeno di partecipare all’udienza di ammissione delle prove dall’istituto di pena piemontese, essendo già sospese le traduzioni dei detenuti per l’allarme pandemia. Contro Pecci, Pavel e Erasmi si sono costituite parti civili 19 presunte vittime, tra cui il Comune di Viterbo.
A proposito della sostituzione della misura di custodia cautelare concessa a Pavel, il giudice Mautone scrive: “L’avvenuta neutralizzazione e l’avvenuto isolamento di Rebeshi, che era il soggetto che in tre specifici episodi aveva conferito a Pavel l’incarico di compiere atti intimidatori o un furto, sono fatti sopravvenuti che affievoliscono la probabilità che quest’ultimo – estraneo all’associazione criminosa – possa commettere ulteriori reati, tenuto conto del suo ruolo di gregario e di esecutore materiale al servizio di altri malavitosi, dell’assenza di autonomi intenti criminosi, dei tre anni trascorsi dai fatti contestati e dell’inevitabile allentamento dei rapporti con eventuali frange criminose contigue al sodalizio smantellato di cui non faceva parte, in considerazione della protrazione della custodia cautelare in carcere”.
I tre rispondono di estorsione aggravata dal metodo mafioso. In particolare Pecci avrebbe chiesto l’aiuto di Giuseppe Trovato per risolvere un contenzioso con un cliente rimasto danneggiato nel suo centro estetico. Erasmi, piccolo imprenditore del settore edile di Bagnaia si sarebbe rivolto alla banda per recuperare un credito che non riusciva a incassare. Pavel, infine, sarebbe stato ingaggiato da Rebeshi e Trovato per rubare un’auto con chi la banda avrebbe messo a segno l’attentato incendiario a un carabiniere. E sarebbe stato presente anche in alcuni sopralluoghi.
E’ stato nel frattempo rinviato al 4 maggio il seguito del processo ai due boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi e agli otto sodali accusati di associazione di stampo mafioso, tutti reclusi tuttora in carcere. Per loro i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, dopo una requisitoria fiume durata oltre otto ore, al termine dell’udienza del 10 febbraio a Roma, hanno chiesto condanne per complessivi 135 anni di reclusione e multe per 96mila euro. Pene da un minimo di 8 anni a un massimo di 20 anni. Compreso lo sconto di un terzo del rito. Poi è scoppiata la pandemia di Covid-19 e lì tutto è rimasto.


