Civita Castellana – Fase due dell’emergenza Coronavirus, una cinquantina di aziende e oltre duemila addetti del distretto industriale di Civita Castellana ci sperano. Se l’attività produttiva del polo ceramico potrà riprendere dopo il 3 maggio, non tutto sarà perduto e sarà possibile tirare un primo sospiro di sollievo.
Ne è convinto anche il sindaco del secondo comune più popoloso della Tuscia, Franco Caprioli. Forte di un dato: “Prima si riparte, meglio è. Le aziende inoltre sono rimaste aperte, già ‘in sicurezza’, fino a al 22-23 marzo e nessun lavoratore è risultato positivo. Ovviamente l’attività produttiva dovrà essere svolta in un altro modo”.
Nel frattempo due stabilimenti, la Ceramica Catalano di Fabrica di Roma e la Gsi di Gallese, stanno svuotando i magazzini dopo il via libera del governo alla vendita dei prodotti stoccati.
“Tolleranza zero, forni accessi solo se sarà salvaguardata la salute dei lavoratori”, dicono in questi giorni di attesa i rappresentanti sindacali di settore Fabio Ricchiuto (UilTec Altolazio), Roberto Marchetti (Femca Cisl) e Mauro Vaccarotti (Ficltem Cgil). Ci vanno coi piedi di piombo, ma anche loro contano che nell’arco di un paio di settimane gli operai possano tornare, in sicurezza, a indossare le tute da lavoro.
Assieme a industriali, associazioni di categoria e sindacati, c’era anche il sindaco Caprioli, la vigilia di Pasqua, alla videoconferenza organizzata dal capogruppo del Pd civitonico Simone Brunelli con il sottosegretario allo sviluppo economico Alessia Morani su come affrontare il futuro del polo ceramico dopo lo stop forzato a causa del Coronavirus.
Caprioli, lei è il sindaco di un comune di oltre 16mila abitanti. Se tutto va bene la chiusura delle fabbriche potrebbe avere i giorni contati. Cosa pensa dell’ipotesi di una prossima riapertura?
“Ovviamente sono felice se le aziende possono riaprire. Con tutte le cautele e le garanzie, ma prima si riparte e meglio è. Più passa il tempo e più i danni crescono in maniera esponenziale. Stamattina (ieri, ndr) ho sentito che addirittura in Lombardia vorrebbero far ripartire i cicli produttivi il 4 di maggio. Ci sono stati vari scanbi di idee durante la videoconferenza col sottosegretario alle attività produttive, si sono viste un po’ tutte le posizioni. Era il giorno precedente a quello in cui Giuseppe Conte ha ipotizzato la data del 3 maggio. Ma perché possano riprendere i cicli produttivi è necessaria l’adozione di un protocollo d’intesa con i sindacati dove sia prevista tutta una serie di interventi per garantire la sicurezza dei lavoratori, che poi già in qualche modo è stato studiato sulla regione Emilia, quando c’è stata la famosa ordinanza che permetteva la vendita del magazzino a tutte le imprese di Sassuolo”.
Cosa dicono i numeri relativi ai casi di contagio nel comprensorio civitonico?
“Fortunatamente non abbiamo avuto molti casi, anche perché la cittadinanza ha risposto in modo adeguato alle prescrizioni, restando a casa e prendendo tutti le precauzioni necessarie e obbligatorie per scongiurare il rischio. Diciamo che questo ci ha dato modo di riuscire a contenere il numero dei positivi, nonostante che fino al 22-23 marzo le imprese siano state in piena attività. E già in quell’occasione hanno adottato i dispositivi, applicato la normativa giusta per proseguire l’attività. Quindi fino a oggi non si è mai verificato un caso di lavoratore contagiato. Un dato importante se si considera che sono oltre duemila gli addetti nel settore, escluse le imprese più piccole, satellitari, sparse a macchia di leopardo sul territorio, mentre le aziende che fanno grandi numeri insistono sui comuni di Gallese, Corchiano, Fabrica di Roma, Castel Sant’Elia e Civita Castellana”.
Come immagina che sarà il ritorno in fabbrica una volta superata la prima fase dell’emergenza?
“Ovviamente la vita cambierà, e pure l’attività lavorativa dovrà essere svolta in un altro modo. Per le aziende più grandi sarà facile organizzarsi per farlo nella massima sicurezza, ad esempio riuscendo a mantenere le distanze, essendo dotati gli stabilimenti di locali abbastanza ampi, quindi in grado di garantire tra una persona e l’altra uno spazio sufficiente per ottemperare alle prescrizioni. Più complicata la situazione dell aziende ‘minori’. Mi viene da paragonarle ai piccoli ristoranti… “.
Per mantenere il livello occupazionale e produttivo non potrebbe essere una soluzione lavorare h24, sette giorni su sette?
“Le aziende ceramiche non lavorano H24. Abbiamo alcune aziende che hanno i cosiddetti forni a tunnel, quelli che una volta che sono accesi rimangono accesi nelle 24 ore, dove ci sono i turnisti che attendono al forno durante la notte. Ma è un’altra cosa. Lavorare sulle 24 ore? Credo dipenda dagli impianti. Diciamo che una ipotesi percorribile potrebbe essere quella di fare i turni. In teoria si potrebbe fare il turno pomeridiano, quindi una parte lavorare la mattina e una parte il pomeriggio. Che è cosa diversa dai turnisti che dicevo io, quelli ci sono sempre stati, la notte”.
Silvana Cortignani

