Tarquinia – “Quando riapriremo, dovremo guardare oltre la mascherina”. Tiziana Favi è cuoca e titolare da cinque anni di un piccolo ristorante, il Namo ristobottega, poco fuori il centro storico di Tarquinia.
Ristoranti, bar e pizzerie sono tra i più colpiti dall’epidemia da Coronavirus e stanno subendo pesanti danni economici. Il rischio è che molte attività non possano più riaprire. “In inverno abbiamo 25 posti che in estate diventano 40, usando la terrazza – dice Tiziana -. Ho due dipendenti. Hassan, che è con me in cucina, e Giulia che è la responsabile di sala e si occupa anche del vino in quanto sommelier”.
Le era mai capitato di stare chiusa così a lungo? Cosa ha fatto in questo periodo?
“Non era mai successo. Abbiamo chiuso sempre per brevi periodi per le ferie o per partecipare a eventi collegati a Slow Food come il Salone del Gusto di Torino, piuttosto che Slow Fish a Genova, oppure per eventi all’estero sempre legati all’Alleanza dei cuochi di Slow Food. Quest’anno sono stata a Minsk in Bielorussia e a Parigi. Queste settimane sono state in effetti pesanti per una piccola realtà come la mia. Avevo comunque deciso di chiudere già dall’8 marzo proprio perché mi ero resa conto che la situazione era grave. Con Slow Food e con la Condotta Costa della Maremma laziale, di cui faccio parte, ho realizzato tante diverse iniziative. Ho creato delle video ricette per il menù di Pasqua per essere vicina ai clienti e ai miei amici. Molti hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione e quindi mi è sembrato il modo più carino per fargli sentire la mia vicinanza”.
Il suo locale non è grande. Come pensa di garantire le norme di tutela della salute?
“Ora sto pensando alla ripartenza. La preoccupazione maggiore, naturalmente, è la tutela della salute e mi sto muovendo per capire come fare, in linea con quanto verrà stabilito dal Governo. Insieme a un gruppo di donne aderenti al progetto Terziaro Donna di Confcommercio Lazio Nord, abbiamo formato un team di lavoro per confrontarci e portare avanti insieme proposte e idee per la ripartenza non solo delle nostre aziende, ma della nostra splendida Tarquinia. Per quanto riguarda il mio locale, ridurrò sicuramente il numero dei tavoli e li dislocheremo tra lo spazio interno, la terrazza e lo spazio esterno che si affaccia sul mare. Fondamentale sarà provvedere a sanificazioni costanti che garantiscano a noi e ai nostri ospiti la sicurezza necessaria”.
Il settore è in crisi. Ritiene che le misure di sostegno per il comparto siano sufficienti? Pensa inoltre che ci siano le condizioni di mercato per riaprire?
“Pensare di affrontare il futuro con le misure intraprese finora spaventa. Riaprire con una stima del 50% in meno di presenze spaventa ancora di più. Siamo una località turistica di mare e se non si lavora in estate superare l’inverno è complicato. Proprio per questo cercherò di promuovere il nostro territorio puntando all’arte e facendo conoscere Tarquinia per quello che è. Un gioiello di storia, arte e architettura. Terra di poeti ed artisti ma anche un territorio agroalimentare ricco di biodiversità. Questa la sfida a lungo termine”.
Una soluzione, almeno parziale, per la diminuzione della clientela potrebbe essere la strada del delivery?
“Sto pensando di creare un servizio di delivery o comunque di asporto, che permetta di portare sulle tavole di chi non vorrà o non potrà uscire i miei piatti e le mie proposte per la stagione che arriverà. Andrà studiato e organizzato perché non ci si può improvvisare. I piatti devono arrivare caldi e con il giusto mantenimento della catena del freddo quando serve. Mi sto preparando anche a questo, perché molti clienti ce lo stanno chiedendo già da tempo”.
Come sarà andare al ristorante dopo il Coronavirus?
“È quello che in tutta questa storia preoccupa di più. Il mio lavoro non è portare piatti al tavolo. I piccoli ristoranti, come il mio, basano la propria esistenza sul rapporto umano. Un bicchiere di vino insieme al cliente mentre si fanno due chiacchiere su progetti e emozioni, il racconto del piatto, del territorio. Tutto questo verrà meno? Io spero di no. Dovremo reinventarci, per dare certezze e riuscire a guardare oltre la mascherina”.
Daniele Aiello Belardinelli

