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“Stiamo con gli italiani, ma qui dentro viviamo al freddo e male”

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Viterbo – “Stiamo con l’Italia e gli italiani, ma noi, qua dentro, stiamo male”. Tarik e Salah. Due marocchini in Italia. Il primo dal 2007, il secondo da qualche anno. La loro storia, in fondo a via Garbini a Viterbo. Vivono dentro una buca di cemento. Ai tempi del Coronavirus.

Tarik e Salah hanno due problemi. Non hanno una casa e per questo motivo vivono adesso sottoterra. In una specie di bunker di cemento armato dalle parti dell’imbocco della trasversale Orte-Civitavecchia. La desolazione attorno, simile a quella dell’estrema periferia romana. E poi  un buco. In fondo al quale abitano Tarik e Salah, 39 e 34 anni d’età.


Viterbo - La zona in cui vivono Tarik e Salah

Viterbo – La zona in cui vivono Tarik e Salah


L’ingresso è una rampa di scale a strapiombo. Finite le scale ci sono scatoloni marci e mattonelle. Subito a sinistra accumuli di rifiuti. Poi, immediatamente a destra lo stanzone pieno di umidità dove dormono Tarik e Salah. Senza acqua, luce, gas, riscaldamento, bagno. Senza niente. Solo una specie di lampadina che pende dal soffitto e una macchia al muro lunga almeno 5 metri da cui viene l’acqua, quella sì, quando piove. Il tutto è chiuso anche da grate, quelle su cui si cammina quando si va a fare spesa al supermercato.


Viterbo - La buca in cui vivono Tarik e Salah

Viterbo – La buca in cui vivono Tarik e Salah


Una condizione semplicemente disumana. Cioè, in aperta violazione della dignità umana. Situazione che le conseguenze politiche, sociali ed economiche dovute alla diffusione del Covid-19 non hanno fatto altro che peggiorare.

Infatti, il secondo problema di Tarik e Salah sono i controlli. “Noi siamo costretti a vivere qua dentro senza niente – racconta Salah -, senza acqua né cibo. E’ capitato di stare senza mangiare né bere anche per 4 giorni. Qua dentro è freddo. Noi ci svegliamo sempre con i dolori alle ossa, ai reni, alla schiena. E durante il giorno abbiamo bisogno di prendere il sole. Per questo ci mettiamo sulle panchine. Ma, adesso, con i controlli, dobbiamo stare attenti ad uscire. Perché la polizia ci dice di ritornare a casa. Ma noi casa non ce l’abbiamo e dove stiamo abbiamo freddo e ci dobbiamo riscaldare”.


Salah

Salah


I più intransigenti rispetto alla normativa dei decreti governativi sarebbero tuttavia i cittadini. “Quando ci vede qualcuno sulle panchine – spiega Salah – ci punta subito il dito addosso e poi chiama la polizia. Noi siamo con l’Italia e gli italiani e abbiamo paura anche noi del virus. Ma qua dentro abbiamo freddo e dobbiamo uscire per prendere un po’ di sole. Altrimenti non sopravviviamo”.


Viterbo - La buca in cui vivono Tarik e Salah

Viterbo – La buca in cui vivono Tarik e Salah


Salah è marocchino. Prima di arrivare a Viterbo, è stato in Sardegna, a Cagliari. Sposato e separato. E’ senza lavoro. “Sono disponibile a fare tutto”, dice Salah. E’ a Viterbo da 4 mesi. Da quando, assieme a Tarik, ha iniziato a vivere nella buca in fondo a via Garbini. 


Viterbo - La buca in cui vivono Tarik e Salah

Viterbo – La buca in cui vivono Tarik e Salah


Tarik e Salah vanno a alla Caritas diocesana. “Ci alziamo alle 10 – racconta Tarik -, ci diamo una sistemata e andiamo a piedi alla Caritas di Porta romana. Ci facciamo una doccia, pranziamo e poi cerchiamo di rimediare qualcosa per la sera. Riccardo beviamo aiuto anche dal centro culturale islamico. E per il resto della giornata dobbiamo riscaldarci evitando i controlli della polizia”.


Viterbo - La buca in cui vivono Tarik e Salah

Viterbo – La buca in cui vivono Tarik e Salah


Tarik è in Italia dal 2007 e ha girato quasi tutto il paese. Sempre per lavoro. E’ stato anche in Sardegna dove ha lavorato come bracciante agricolo. “Non stavo mai fermo – commenta -. Mi alzavo alle 4 per andare a mungere le pecore. Poi il padrone mi dava un motorino con cui raggiungevo la vigna e iniziavo a lavorare lì, fino a sera”. Quasi non dormiva e non mangiava. Ha lavorato anche a Viterbo. 

Ora Tarik non ha più niente. Non ha niente. Solo un incubo ricorrente. “Ogni volta che mi addormento – raconta Tarik, che non vuole essere fotografato e ripreso in volto – faccio un incubo. Sogno di fare a botte con le persone. E quando mi sveglio, stringo sempre i pugni”.

Daniele Camilli


Multimedia: Fotocronaca: Tarik e Salah – Video: Vivere in una buca al freddo e senza luce


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