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“Troppa burocrazia e politiche fiscali sbagliate stanno affossando gli artigiani”

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Ufficio

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Chi scrive è un artigiano innamorato del proprio lavoro a cui ha dedicato passione e sacrifici.

A muovermi non è solo un sentimento di frustrazione, peraltro condivisa con i colleghi, ma la voglia di esaminare, con spirito di fattiva collaborazione, le problematiche, che colpiscono la categoria degli artigiani.

Negli ultimi 10 anni, sono più di 160mila le ditte che hanno dovuto chiudere i battenti per colpa di una politica sbagliata che non ha protetto le imprese artigiane ed anche per una interminabile e devastante crisi economica.

Chi è riuscito a mantenere ancora l’attività, lo ha fatto con enormi sacrifici. A volte diversificando la produzione o, inventandosi nuovi lavori, pur di garantire lo stipendio ai propri collaboratori, tutti padri di famiglia. Tutto ciò gravando sul già fragile bilancio economico della Ditta.

Gli ultimi tristi eventi legati alla pandemia, non hanno solo evidenziato la grave situazione della sanità, oggetto anche nel recente passato di inopportuni tagli economici per circa 34 miliardi di euro, ma anche fatto emergere l’altrettanto grave situazione dell’artigianato a i cui problemi a monte, si sommano ora quelli derivanti dal fermo lavoro.

Appare del tutto chiaro, che un settore come quello dell’artigianato vada non solo protetto, ma anche rilanciato per riportarlo a quelle dimensioni ed importanza che lo hanno reso celebre contribuendo, con alta professionalità, a qualificare quel made in Italy di cui tutti possiamo essere fieri.

Non è certo con un contributo di 600 euro alle partite Iva, o con prestiti di 25mila euro, da restituire in sei anni e con tasso di interesse compreso fra l’1 e l’1,5% che si possa pensare al mantenimento e rilancio del nostro settore. Il prestito, peraltro è subordinato alla discrezionalità della banca di fiducia che pone, comunque, come primo garante l’artigiano e poi lo stato.

Ciò sconsiglia fin da subito la richiesta, soprattutto da chi è già in sofferenza (tanti), che hanno già altri mutui/prestiti in corso per disporre della necessaria liquidità per il pagamenti di spese correnti e non differibili (rate mutuo per acquisto locali o affitto capannone, acquisto materie prime, stipendi, oneri di consulenza, tasse e quanto altro).

Purtroppo, è spiaciuto dover constatare, ancora una volta in questa occasione, l’assoluto silenzio sia delle varie organizzazioni sindacali che dei partiti politici, che non hanno esternato e manifestata la loro e la nostra indignazione.

In questo particolare momento in cui l’aiuto dello stato è determinate, ma non bastevole se non proseguito da una politica atta a favorire il rafforzamento e rilancio del settore, l’eccesso di burocrazia appare come un freno che rischia di far deragliare il convoglio. Una zavorra inutile e dannosa.

Gli artigiani hanno voglia di rispetto, di essere considerati alla stessa stregua di altri settori lavorativi che godono di considerevoli aiuti. Di poter godere, come altri lavoratori, della giusta retribuzione anche in caso di calamità. In questo determinato momento, si poteva prendere come punto di riferimento la dichiarazione dei redditi, oppure fare ricorso agli studi di settore per dare il giusto contributo ad ogni detentore di partita Iva e soprattutto facilitare l’accesso agli ammortizzatori sociale per i nostri collaboratori dipendenti il cui ottenimento ha, invece, per noi un costo.

Ci sentiamo mortificati, nel vedere il nostro lavoro, i nostri sacrifici vilipesi da pressioni fiscali inique, da studi di settore che rendono complesse le operazioni di pagamento delle tasse, dallo spauracchio dell’aumento dell’Iva e dal dover provvedere direttamente, a nostre spese, al continuo aggiornamento degli addetti alle lavorazioni, senza avere aiuti.

Ci sentiamo indignati, nel constatare che sono in vigore leggi che garantiscono il reddito di cittadinanza, di cui non si discute la validità sociale, ma che poi nulla si faccia per chi offre opportunità di lavoro come le imprese artigianali. Un controsenso in termini. Lo siamo ancora di più quando assistiamo a concordati fiscali per cui chi, nel passato non ha ottemperato ai suoi doveri di cittadino e imprenditore, possa poi saldare i conti con lo Stato pagando un decimo del dovuto. Almeno che quelle cifre possano andare alle aziende in difficoltà e che sono in regola con i pagamenti.

Ma vogliamo lottare, perché come per la sanità, ci si accorga degli errori commessi in passato. Gli artigiani hanno la schiena distrutta dal lavoro, ma dritta per la dignità. Amano il loro lavoro e non chiedono altro che pari opportunità, che vengano dati i giusti incentivi come si fa per le grandi industrie di cui, spesso siamo l’indotto. Che le tassazioni siano eque e possibilmente che il pagamento sia facilitato, anche questo aiuterebbe a sostenere i costi in termini di tempo e denaro.

Terminata questa tragica pandemia, ci dobbiamo unire con le nostre varie associazioni per far valere i nostri diritti equiparandoli alle altre categorie.

Concludo con amarezza pensando alle parole di un cliente straniero, il quale era solito dirmi che non capiva perché continuassi a lavorare in Italia. Uno stato che, secondo lui, non favoriva di certo gli imprenditori appassionati del proprio lavoro. Era questo un pensiero che, allora come ora mi indispettiva perché orgoglioso di lavorare nel mio paese. Oggi però davvero non so più cosa pensare e vorrei tanto dare torto a quel cliente con i fatti.

Credo che, se si fermasse il mondo artigianale, sarebbe la fine per la nostra nazione. Allora facciamo sì che tutto andrà bene, ma perché tutto andrà bene impegniamoci tutti per una Italia migliore e per un lavoro miglior per noi, per i nostri collaboratori e le loro famiglie e per tutti i futuri artigiani.

Un imprenditore artigiano per passione e per scelta.

Claudio Fabi
Geometra


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