Viterbo – “Tutte le sere i miei nipotini aspettano che io gli racconti una favoletta via Skype. E tutte le sere facciamo questa cosa. Io allora scartabello un po’ su internet per trovarne una che abbia una morale”. Alberto Guerrini è un nonno che sta al Pilastro, quartiere popolare di Viterbo, tra il Riello e la zona a sud della città. E questa è la vita quotidiana, sua e di sua moglie Annamaria. La vita di un intero paese. Ai tempi del Coronavirus.
Alberto Guerrini l’altro giorno stava in cortile, con la chitarra a tracolla a cantare le lodi, che si celebrano ogni anno, prima della Pasqua, per tutto il periodo della quaresima e dell’avvento. Pensa ai suoi nipoti. Nipotini, come li chiama e li chiamerebbero tutti i nonni. E si preoccupa di chi lo sta riprendendo facendogli notare che a separarlo da lui e la moglie ci sono gli “spuntoni” di una ringhiera di ferro che fa da barriera. “Aho’ sta attento – dice – che poi te fai male”.
Alberto e Annamaria Guerrini
“Siamo catecumeni – aggiunge Guerrini -. Facciamo le lodi per tutto il periodo della quaresima e dell’avvento. E preghiamo per tutte le persone della parrocchia, del quartiere, del mondo. Ci vedevamo con gli altri alle 6 e mezza di mattina. In questo tempo le facciamo così. Adesso, siamo disaggregati”.
La vita quotidiana al Pilastro ai tempi del Covid-19
La moglie annuisce. Le mani unite e lo sguardo rivolto al palazzo che ha di fronte. In via Cristofori al Pilastro. Una traversa di viale Bruno Buozzi. Un nome che, assieme a quello di don Minzoni, poco più indietro, Galilei e dell’Emilia, ricorda la resistenza di cui a breve si celebrerà il 75esimo anniversario.
Via Cristofori al Pilastro
Da balconi del palazzo, un’umanità pensile, come i giardini di Babilonia. La bellezza d’essere vivi e d’affermalo. Anche solo con un canto. Un testo religioso in mano, il pigiama, la vestaglia, gli occhiali, una coppia. La quotidianità dove, appunto, ogni giorno si forma e s’alimenta la dignità di uomini e donne. Oggi, come non mai, sempre più soli al mondo.
La vita quotidiana al Pilastro ai tempi del Covid-19
“Mi manca soprattutto la quotidianità – dice Roberto Marchetti, che lavora per Talete, la società idrica della Tuscia -. Quello che fino a ieri davamo per scontato, oggi vediamo che è diventato invece un limite grosso. E troviamo rifugio nel signore. Cosa che in questo momento è ancor più importante”.
Roberto Marchetti e Katia Mancinelli
Accanto a lui c’è sua moglie, Katia Mancinelli, che quasi tutti i giorni fa il pane. “Anche senza lievito”, precisa. Come il popolo d’Israele in fuga dall’Egitto dei faraoni. S’abbracciano. Roberto poi la stringe a sé e le da’ un bacio. Sul balcone a fianco un’altra donna, anziana, che ha da poco perso il marito. Le mani giunte, e guarda passare figli e nipoti, lì, in strada, soltanto per un saluto. Per quel dolore, forte e condiviso, ma che non è stato ancora possibile elaborare. Perché in questo tempo, non si fanno più neanche i funerali. E già di suo, è semplicemente straziante.
“L’altro giorno è morto un ragazzo del quartiere – spiega infatti Marchetti-. Paride. Gli volevamo tutti bene. Era il momento per salutare un amico. Necessario non a lui, ma a noi”.
La vita quotidiana al Pilastro ai tempi del Covid-19
Le vie del quartiere sono vuote. Passa solo un motorino. A manetta, fastidioso, come lo sarebbe in qualsiasi altro giorno e momento diversi da questo. Ma nessuno ci fa più caso, perché il problema oggi non si pone. I vecchi che si incontrano in strada non camminano, ma vagano, senza traiettorie né direzioni. E a guardali da lontano sembra quasi che zigzaghino. Un po’ a vanvera. Quasi avessero voglia di sperimentare qualcosa d’insolito ma del tutto inutile.
La vita quotidiana al Pilastro ai tempi del Covid-19
“M’alzo tardissimo – racconta la sua giornata Alberto Guerrini – e gran parte della mattinata la passo a letto. Poi io e Annamaria facciamo le lodi. Dopo Annamaria prepara il pranzo, perché io cucino poco e niente. Dopodiché lei si riposa e io approfitto per suonare la chitarra e cantare lirica con una base caricata sul computer con una pennetta”.
“Quando non lavoro – dice Marchetti – trasloco…da una stanza all’altra. Non mi manca la libertà di uscire – aggiunge poi -. A me manca la relazione, il fatto di non aver il contatto con gli altri. La partecipazione all’eucarestia”. Anche lui e sua moglie parlano con il figlio che sta alla Spezia dallo schermo di un pc. L’oblò da cui oggi si vede la nave affondare.
Mariela Garcia Rodriguez e i suoi figli
Dai balconi si sentono i bambini gridare. E sembra proprio non ne possano più. Alcuni sono sereni, come Mariela Garcia Rodriguez e i suoi quattro figli che s’affacciano dalla finestra di una casa popolare. Quattro, otto, undici e tredic’anni. In 60 metri quadrati di casa. Anime fiammeggianti, attonite, bellissime. Così lontane, eppure così tanto in fondo al cuore. E lei porta pure i bigodini in testa, come le mamme di una volta.
La vita quotidiana al Pilastro ai tempi del Covid-19
Infine, una signora, sempre del caseggiato in via Cristofori. Aveva in mano il libro della liturgia della domenica. Severa in volto e salda. Una San Sebastiano laica. Trafitta, anziché dalle frecce, da sbarre, fili per i panni stesi. E le geometrie lineari, delle tapparelle alle spalle.
Daniele Camilli
Multimedia: Fotocronaca: La vita al Pilastro ai tempi del Covid-19 – Video: Il palazzo dove si cantano le lodi








