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Un’app che controlla i contagi è benedetta…

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Nazismo, fascismo, stalinismo, maccartismo, fondamentalismo islamico, ma anche il papa re, l’Inquisizione, giù giù fino alla combriccola tra Erode e Caifa, e poi l’Ovra, la Stasi, il Kgb, la Cia, il Mossad, l’MI5; e ci si sono messi anche George Orwell con il Grande Fratello e Ray Bradbury con i falò di libri…

Insomma a forza di guardarci intorno – e indietro – ormai abbiamo il terrore di essere osservati, spiati, geolocalizzati, manipolati.

Ma ai tempi di oggi non dovrebbe essere un dramma. In fin dei conti quando ci arrivano strane pubblicità sul web è perché qualcuno o qualcosa di estremamente attento, rovistando nelle nostre navigazioni innocenti, si è accorto che potrebbe interessarci una  caffettiera, un paio di scarpe o l’ultimo romanzo di Dan Brown, per tacere il peggio.

Né possiamo lamentarci più di tanto, visto che se ci perdiamo nel bosco qualcuno ci può ritrovare grazie al nostro smartphone ipercollegato con il cloud, e che se chiediamo alla nostra vettura di indicarci il percorso giusto ci accompagna affidabilmente – sensi unici compresi – di fronte all’hotel dove abbiamo prenotato per il weekend.  

Senza contare le videocamere che sì, ci seguono curiose quando entriamo in banca, ci infiliamo in una via molti frequentata o imbocchiamo l’autostrada, ci restituiscono anche le sembianze del ladro, dell’aggressore, del pirata della strada,  confortando il nostro bisogno di sicurezza e la nostra voglia di giustizia.

Si può dunque dire che c’è un occhio che ci guarda da subdolo delatore, ma ce ne è anche uno che ci protegge come una mamma che sorveglia il suo bambino al parco giochi.

Dice: la libertà è sacra, e assieme ad essa è sacro il nostro diritto alla privacy, cioè – in lingua italiana – alla nostra riservatezza; in  soldoni, significa che nessuno si deve  impicciare degli affari nostri, men che  meno un estraneo e ancor peggio i governanti.   Nulla da obiettare. 

C’è qualcosa di più importante della libertà e del diritto alla privacy? In democrazia no.

Tuttavia probabilmente per godere della libertà e della privacy intanto è necessario essere in vita. Ma senza arrivare a tanto, forse potremmo ricordarci che la nostra privacy è fittizia; l’abbiamo già barattata in cambio di selfie, Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp, notizie fresche su Internet, e via smanettando.

Dunque si diceva che la privacy va goduta in vita; intubati o morti serve a poco. Quindi può essere utile talvolta rinunciare a un po’ di privacy per garantirsi la salute e la sopravvivenza. Avrete capito dove voglio arrivare: un’app che controlla i nostri movimenti e quelli altrui in tempo di pandemia dovrebbe essere benedetta, perché aiuta a monitorare il flusso dei contagi e a combattere la diffusione del virus.

Sarà che personalmente non ho nulla da nascondere, come la maggior parte dei comuni mortali; che chi ha qualcosa da nascondere spesso sta facendo cose illegali o illegittime e allora forse una occhiatina la merita; che in ogni caso sappiamo di essere seguiti e osservati già da tanti Grandi Fratelli tecnologici in cambio di stimolanti servizi.  

E allora, perché preoccuparci se lo Stato, e quindi in democrazia noi stessi, ci chiede di entrare un pochino nel nostro privato per costruire intorno a noi una rete di protezione contro il contagio? Contro il contagio beninteso, non per inseguirci con una propaganda, con una manipolazione ideologica astuta o per rovistare nei nostri conti correnti.

Forse il signor X teme di essere scoperto perché ha detto alla moglie di vedersi con gli amici al bar e invece frequenta certi marciapiedi di Lungotevere? Forse la signora Y non vuole far sapere che è una assidua cliente dello studio di quel chirurgo plastico?  

O i signori Z avevano detto a tutti che quest’estate trascorrevano  le vacanze a Capri e invece se ne sono andati a Capracotta dallo zio Mario? Ma al  Ministero della Salute che cosa importa di tutto ciò? Al massimo, potrebbe allertarsi per tutelare certe signore del Lungotevere, il personale dello studio medico o lo zio Mario dai rischi di qualche eventuale contagio…

Che poi, a dirla tutta, se ne vedono delle belle nello schieramento politico, sempre intento a farsi mera propaganda; che i sostenitori di Orbàn si preoccupino della libertà dei cittadini fa sorridere; che certi uomini di governo si esprimano come gli anarco-insurrezionalisti spinge alla tenerezza; che persino manager della salute e inquieti epidemiologi ripetano come mantra le più ipocrite ovvietà di un certo politicamente corretto fa capire che combattiamo  le pandemie con le cartucce contate, quasi che non dovessimo fare rumore troppo a lungo sparando al nemico.

Serve un’app per ricostruire gli spostamenti e i contatti della gente in presenza di un pericoloso contagio? Si faccia nel migliore dei modi, cioè seguendo innanzitutto il principio di precauzione, piuttosto che i limiti impervi del diritto di privacy, e che quindi diventi un obbligo, senza tanti complimenti. E a chi obietta che si tratta di un attentato alla privacy e alla libertà, si risponda che siamo in democrazia, non siamo né in Cina, né in Russia, né nella Corea del Nord,  neppure in Ungheria e tanto meno in Iran e che il pericolo di trasformare lo Stato in un Grande Fratello non  c‘è; che i dati verranno trattati con la massima discrezione; e, soprattutto, che di fronte alla salute, cioè alla vita, non c’è privacy che tenga.

Perché, sia chiaro una volta per tutte: la contagiosità è certamente una disgrazia individuale, ma non è un fatto privato.  

Senza contare la montagna di ipocrisia che si erge maestosa di fronte al problema, visto che tutti noi – compresi i politici – ci facciamo tranquillamente schiavi di cento diversi influencer, di mille diverse app in grado di prevenire e indirizzare i nostri bisogni, di assertivi tom tom, e persino di un impersonale coach che dallo smartphone ci ammonisce durante il nostro running quotidiano.

Francesco Mattioli


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