Viterbo – C’è stata o no omertà da parte delle vittime? Difficile per l’accusa, nella fattispecie il pm Fabrizio Tucci, credere che nella cerchia ristretta dei compro oro viterbesi non si sia parlato degli attentati a ripetizione messi a segno dalla banda di Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato: auto bruciate, serrande divelte, vetrine crivellate di colpi d’arma da fuoco, teste d’agnello mozzate, distese di lumini da morto davanti al negozio.
Ancora più difficile credere che le vittime lo abbiano saputo solo dalla stampa quando è scattato il blitz dell’operazione Erostrato, culminato il 25 gennaio 2019 in 13 arresti, dieci per associazione di stampo mafioso e tre per l’aggravante del metodo mafioso. Ciononostante ancora oggi c’è chi, tra le parti offese, negherebbe, perfino davanti ai giudici del collegio presieduto da Gaetano Mautone, di avere avuto sospetti di essere finito nel mirino della mafia viterbese.
E’ emerso durante l’udienza di ieri, caratterizzata da un confronto a tratti aspro tra il pm e i testimoni dei compro oro, del processo agli imprenditori viterbesi Manuel Pecci e Emanuele Erasmi e al presunto tuttofare del sodalizio criminale italo-albanese, ovvero l’operaio romeno Ionel Pavel.
Un processo nel processo per dimostrare il vincolo mafioso
Per ora l’accusa punterebbe a dimostrare la sussistenza del vincolo associativo di stampo mafioso a carico dei dieci imputati che sono a processo con l’abbreviato davanti al gup Emanuela Attura del tribunale di Roma, dal quale discenderebbe il ricorso al metodo mafioso da parte di Pecci, Erasmi e Pavel ad esso strettamente correlato.
“Con le difese – come sottolineato dagli avvocati Giuliano Migliorati, Fausto Barili e Michele Ranucci a margine dell’udienza – costrette a fare i conti con condotte, la cui connotazione giuridica è da accertare, che ai propri assistiti non vengono contestate”. Come per l’appunto le azioni criminali contro i compro oro. “Dei nostri assistiti e degli episodi loro addebitati finora non si è parlato”, tengono a sottolineare.
Sfilano i gestori dei compro oro vittime di mafia
Dimostrare che alla base di tutto c’è un vincolo associativo di stampo mafioso. Sarebbe questa la ragione per cui il pm Tucci, ieri, ha voluto sentire come testimoni una sfilza di gestori di compro oro, molti secondo l’accusa costretti a chiudere bottega in seguito alle azioni intimidatorie e agli attentati incendiari messi a segno tra il 2017 e il 2018 dalla banda. Anche se loro dicono: “E’ stato per colpa della crisi che ha investito il settore”. Negando di avere mai pensato a un collegamento con Trovato.
“Di tanti – come sottolineato da uno dei legali di parte civile, Antonio Rizzello – solo Eleonora Macrì e Gabriele Petrini non hanno avuto alcuna esitazione a puntare il dito contro Trovato”. Il concorrente, titolare a sua volta di tre negozi nel capoluogo e secondo la Dda di Roma intenzionato a sbaragliare la concorrenza e prendersi il 100 per cento del mercato.
“Tu apri una macelleria che non sei capace a fare il compro oro”
“Tu apri una macelleria che non sei capace a fare il compro oro, quello lo devo fare io”, avrebbe intimato Trovato alla coppia composta da Gabriele Petrini e Eleonora Macrì, tra le vittime che avrebbero subito le azioni intimidatorie più violente, tra cui l’incendio di una Fiat 600 data alle fiamme sotto casa delle vittime, fuori porta Romana, la notte del 7 novembre 2017.
“Si ride e si piange, gli abbiamo dato indo culo”, avrebbe commentato compiaciuto, parlando da solo in macchina, la mattina successiva, il boss Trovato senza sapere di essere intercettato dagli investigatori. All’interno dell’utilitaria della coppia, della cui concorrenza il boss originario di Lamezia Terme voleva liberarsi, i banditi avrebbero anche fatto trovare una testa d’agnello mozzata. E non finisce con l’incendio della vettura.
Tre giorni dopo, il 12 novembre 2017, scatta una nuova missione. Muniti di bombolette di vernice spray, i sodali vanno a disegnargli un fallo “dimostrativo” sulla serranda di uno dei due compro oro della coppia. Per cercare di venire fuori da questa situazione, Petrini avrebbe chiamato il suocero, cercando un incontro con Trovato, il quale non avrebbe però ammesso niente. Anzi avrebbe risposto: “Guarda che pure a noi è successo”.
Secondo il pentito ed ex braccio destro dei boss Sokol Dervishi: “Alla fine lo scopo di Trovato era che tutte le persone dovevano venire da lui a chiedere il favore e quindi era lui che doveva decidere come dovevano andare le cose”. Le vittime si sarebbero sottomesse: “Era tanto orgoglioso quando ha chiuso quel discorso, ha detto: ‘Ecco, alla fine vengono tutti da me'”.
Il cliente non paga o vuole un risarcimento? Ci pensa il “giudice” Trovato
Si sarebbe occupata anche di recupero crediti la banda criminale italo-albanese che ha messo letteralmente a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018. E’ il caso dell’imputato Emanuele Erasmi, l’artigiano 51enne di Bagnaia, incensurato, che avrebbe vantato un credito nei confronti di un altro imprenditore per dei lavori fatti e non pagati. Non solo. I sodali, secondo i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, sarebbero intervenuti anche in questioni di risarcimento danni.
E’ il caso di Manuel Pecci, il parrucchiere di Trovato, un trentenne incensurato titolare di un centro estetico in centro, in via Maria Santissima Liberatrice, finito nell’inchiesta “Erostrato” per una controversia con un cliente che, non contento del risultato di una depilazione, avrebbe chiamato un avvocato per fare una lettera di risarcimento danni, imbattendosi in Trovato intervenuto nella vicenda “come giudice, a fare giustizia”, dice, interrogando Dervishi, il pm Tucci. Trovato, che andava sempre da Pecci a farsi i capelli, avrebbe detto di non chiamare l’avvocato: “Si risolve tra noi, in amicizia”. Per i difensori Fausto Barili e Carlo Taormina, la questione, sorta tra amici di vecchia data, si sarebbe risolta col semplice intervento di un dermatologo.
Fratello del boss dentro per droga, a fuoco macchina del carabiniere
“Si facevano favori a vicenda”, dice dei boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi l’ex braccio destro pentito dei vertici di mafia viterbese Sokol Dervishi. Un esempio eclatante è l’incendio della vettura Audi Q5 di un vicebrigadiere dei carabinieri, che si è costituito parte civile, data alle fiamme la notte tra il 18 e il 19 aprile 2017. Andava punito, secondo il collaboratore di giustizia, per avere indagato sul fratello dell’albanese, arrestato con 38 chili di marijuana. Sotto casa del militare ci vanno con una Fiat Punto rubata da Ionel Pavel, l’operaio 36enne romeno a processo davanti al collegio cui viene contestata l’aggravante del metodo mafioso. Secondo Dervishi, però, Pavel, non avrebbe saputo delle intenzioni di bruciare la macchina del carabiniere. Un avvertimento secondo i canoni della criminalità organizzata, per l’accusa.
Silvana Cortignani






