Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La prima volta che mi capitò di essere scritturato dall’opera di San Francisco, nel 1992, la città era costellata di manifesti con cui il teatro promuoveva la sua stagione lirica.
Il concetto del messaggio pubblicitario era semplice: una coppia, la cui identità sessuale variava a seconda del manifesto, seduta romanticamente a un tavolo con dietro un panorama italiano riconoscibile, fosse questo la torre di Pisa o il Vesuvio o il Colosseo.
Lo slogan? “Passa una serata in Italia senza pagare il biglietto aereo: The San Francisco Opera”. La sala era sempre esaurita. Questo il potere della cultura del nostro paese all’estero, questa la forza delle nostre radici bimillenarie, questo il fascino che la musica dei nostri più grandi compositori esercita su chi non ha la fortuna, come noi, di essere circondato di bellezza e d’arte al punto da non farci nemmeno più caso.
La “normalità” dell’enorme offerta culturale in patria è data per scontata, così come in una coppia di lungo corso si dà per scontato l’amore reciproco: in entrambi i casi, in molte sciagurate occasioni, ci si dimentica di custodire, di valorizzare, di alimentare la fiamma, e della coppia resta in piedi solo la facciata.
Tragicamente, da sempre, questo accade in Italia e ancor più tragicamente è sempre accaduto nella nostra città. Si ha un bel ripetere che la cultura è fondamentale: per quanto questa abbia prodotto, nel 2019, il 6,1 della ricchezza totale, nei bilanci amministrativi questo settore finisce sotto il tavolo in attesa delle briciole insieme al cane di casa.
Forse per questo motivo, generalmente parlando, è raro trovare assessori alla Cultura memorabili: il meccanismo di certa politica si attacca dove ci sono interessi economici, e certa miopia amministrativa è incapace non solo di cogliere il valore fondamentale dell’offerta culturale italiana, ma persino di intravedere che, allo stato delle cose, il gettito prodotto dal mondo culturale non si può più definire “potenzialità economica” ma dato di fatto. Ergo: i soldi assegnati in bilancio sono pochi, l’assessorato non è interessante, va bene chiunque, se fa qualcosa bene, se non fa un accidente potrà sempre trincerarsi dietro la scarsezza di risorse assegnate.
In casi che fatico a chiamare fortunati, come il nostro, capita che l’assessore alla Cultura abbia un passato di organizzatore di eventi, cioè che sia un decente impresario, ma disgraziatamente all’assessorato non serve un riempitore di date: serve qualcuno in grado di immaginare, coordinare, dare una linea, occuparsi del settore e puntare i piedi quando serve.
Ma l’assessore impresario, se i fondi scarseggiano come nel caso disgraziato che il paese si sta trovando ad affrontare, alla prova dei fatti diventa immobile: ho parlato, ho detto, mi sono consultato, ma ahimé i fondi sono quelli che sono.
Di fronte a un intero settore paralizzato che sarà l’ultimo, in ordine di tempo, a poter tornare a lavorare a pieno ritmo, serve che l’assessorato pensi fuori dagli schemi, abbandoni per un tempo limitato le eventuali logiche di spartizione e di mantenimento del bacino elettorale, dimentichi la logica dell’“evento” e si focalizzi su come garantire la sopravvivenza al settore di cui si occupa e delle realtà culturali del territorio, mettendo in tavola la cena con quello che c’è in frigo e, se questo non fosse sufficiente, puntando i piedi e mettendoci il petto per raschiare fondi dal bilancio comunale e creando sinergie locali e nazionali per concorrere con successo a bandi regionali, nazionali, europei.
C’è un intero settore che non ha modo di lavorare ed è a serio rischio di povertà, e con esso l’intera filiera economica che questo settore muove.
È arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti, perché ogni chiusura di attività culturale, ogni sofferenza economica, ogni famiglia che con lo spettacolo dal vivo mette il pane sulla tavola e non avrà denari per acquistarlo, peserà come un macigno sulla coscienza di chi non avrà abbandonato le logiche che applica in una situazione ordinaria e non si sarà rimboccato le maniche per fare il possibile e l’impossibile per governare lo straordinario.
Alfonso Antoniozzi
Consigliere comunale gruppo Viterbo 2020
