Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Varie indagini di centri di ricerca indipendenti hanno calcolato che gli italiani hanno sul loro smartphone una media di circa venti-venticinque app; di queste ne usano meno della metà ma restano comunque funzionanti.
Inoltre, gli italiani trascorrono mediamente due ore al giorno – con punte di sei/otto – a smanettare sullo smartphone, avviando contatti con almeno una dozzina di siti (ma spesso si arriva al doppio) tra social, centri di e-commerce, giornali online e influencer che danno consigli sugli argomenti più disparati.
Almeno due terzi, tra app, siti e social, chiedono di poterti localizzare e, anche quando neghiamo tale permesso, hanno la facoltà di inviarti messaggi, di controllare le tue scelte e le tue preferenze – si pensi ai banner personalizzati – per venire incontro ai tuoi bisogni e per indirizzare la tua attenzione verso certi siti che si sostengono sugli introiti calcolati a partire dalla frequenza con cui vengono visitati.
Non a caso, i cosiddetti influencer – che si tratti di musica, moda, prodotti per la casa, politica, letture, salute e quant’altro – guadagnano su questi meccanismi. Gli esempi del controllo al quale siamo sottoposti per poter accedere ai più elementari servizi del web potrebbero continuare quasi all’infinito. Senza contare che il navigatore installato sulla nostra autovettura registra e memorizza i nostri spostamenti.
Utilizzando smartphone, tablets, pc, navigatori, insomma, si viene inevitabilmente “tracciati”; o nei nostri interessi, o nei nostri spostamenti, o in tutte e due le cose.
Certo, si può evitare tutto questo: ma occorrerebbe rinunciare ai nostri contatti, ai nostri consumi, ai nostri interessi personali e tornare a quarant’anni fa, quando per cercare un artigiano dovevi consultare le pagine gialle, per trovare una strada dovevi chiedere ai passanti, per parlare con un amico lontano dovevi scrivergli una lettera o cercarlo mediante una impersonale cornetta del telefono.
C’è di più; pur con tutte le cautele del caso, oggi la videosorveglianza nei luoghi pubblici e privati è altamente diffusa. Costituisce uno strumento indispensabile per la sicurezza collettiva e un supporto fondamentale per le indagini sui crimini e sugli incidenti di ogni genere. Possiamo quindi aggiungere le videocamere al quadro complessivo degli strumenti che, in qualche modo e in qualche misura, osservano e registrano i nostri comportamenti quotidiani.
Ora introduciamo alcuni numeri, che apparentemente non hanno attinenza fra loro. Le persone che perdono la vita per un omicidio volontario consumato in strada sono un centinaio all’anno. Gran parte di questi omicidi vengono registrati da telecamere di videosorveglianza che consentono di risalire all’assassino.
Inoltre, un altro centinaio sono le vittime di incidenti stradali che sono stati videoregistrati, consentendo di inchiodare i responsabili. Le vittime per infezione da coronavirus sono finora oltre trentamila. A guardare i soli numeri, se duecento morti giustificano l’invadenza della videosorveglianza, trentamila morti giustificano in tempo di pandemia uno strumento di sorveglianza degli spostamenti e dei contatti dei potenziali contagiosi?
Eppure, la app Immuni – strumento fondamentale per tracciare il cammino del contagio e mettere in atto interventi di prevenzione e precauzione – fallirà il suo compito grazie alla martellante opposizione di politici e intellettuali che – in nome di Orwell e della sua descrizione dell’insinuante Grande Fratello – gridano alla strumentalizzazione, al controllo e alla manipolazione della libertà dell’individuo.
Libertà; credo che sia una delle parole e dei concetti più travisati e più rigirati a vantaggio personale che possano esistere. Troppo spesso fa rima con licenza, con irresponsabilità, con egoismo, individualismo, inciviltà.
E’ alla libertà personale che ricorre quello che non rispetta la fila, che parcheggia in doppia fila, che alle due del pomeriggio usa il trapano o il tagliaerbe, che sfonda vetrine e rovescia cassonetti nelle lotte di strada, che si permette di sbertucciare sulle pagine di una rivista cosiddetta d’avanguardia i tuoi valori e il tuo credo, che si sottrae alle leggi, considerandole oppressive, e se ne fa di sue.
La libertà viene poi agganciata, anzi incatenata ai diritti, dimenticandosi volentieri dei doveri, che nella convivenza civile sono altrettanto importanti. E pensare che c’è gente che ha dato la vita per la libertà e per i diritti, inchinandosi a costo della vita ai propri doveri; in trincea, ma anche in corsia, che è come una trincea, sebbene qualcuno lo neghi perché gli fa comodo negare che una pandemia come questa sia una guerra.
La app Immuni fallirà. Perché troppa politica cerca una sua verginità ammiccando ad un elettorato che non vuole altro che liberarsi dei doveri per godersi i propri diritti, anzi il proprio individualismo. Sono gli stessi politici che usano ogni mezzo, mediatico, visivo, verbale, retorico, mobilitando anche cerchie di esperti, per persuadere e manipolare a proprio vantaggio l’opinione pubblica.
Sono gli stessi che al momento opportuno chiedono pieni poteri per mostrare i muscoli del decisionismo sovrano, che non fanno differenza tra competenza e volontà, che si proclamano liberali a giorni alterni, che ieri si sono divorati i libri che invocano la dittatura del proletariato, in un ampio raggio dell’arco costituzionale e non.
La app Immuni fallirà perché la gente comune, che già pregustava di pigiare le dita anche su quell’icona in più sullo smartphone, a fronte del martellante invito a diffidare di uno stato cinico e baro proveniente anche dal “garante della privacy” – quello che non riesce ad impedire che sei volte al giorno io venga raggiunto dalle telefonate di chi mi offre in modo petulante un contratto migliore per gas, telefono, assicurazione, investimenti ecc. –
la app Immuni fallirà, dicevo, perché la gente comune immaginerà improvvisamente di restare preda di un orwelliano Goldstein o di un lucasiano Signore dei Sith, e fuggirà terrorizzata all’idea che qualcuno, per garantire la salute di tutti, possa indagare su dove è stata, con chi si è intrattenuta, chi ha rischiato di contagiare.
E gli italiani, preoccupati di dover rendere conto per qualche mese ad alcuni sanitari delle loro amicizie, dei loro luoghi di lavoro e di svago, delle loro scappatelle, dei loro furtivi movimenti sul territorio, delle loro trame eversive, magari chissà persino dei loro conti in banca nei paradisi fiscali dei Caraibi, rifiuteranno di avere quella minacciosa e distopica app sullo schermo del loro cellulare.
Due terzi degli italiani erano favorevoli a Immuni, quando ne avevano parlato gli scienziati, implorando la gente di utilizzarla per combattere la pandemia.
Poi sono arrivati i politici, i maitres à penser del libertarismo assoluto, i diffidenti del 5g, i saggi dei salotti intellettuali che contano, e la percentuale è crollata a meno di un quarto, a livelli tali da rendere inutile proseguire.
E quei politici, quegli intellettuali che hanno disdegnato l’app, prefigurandone la minaccia, andranno orgogliosi di aver salvato la libertà degli italiani, mente si riguarderanno sui loro smartphone – tra una pubblicità personalizzata e l’altra – l’ultima roboante dichiarazione che hanno rilasciato al tiggì, registrata a loro gradita insaputa su Instagram e su Youtube.
Francesco Mattioli
