Viterbo – Donatella Ferranti, ex deputata viterbese del Pd e ora giudice di Cassazione, “messaggiava con Luca Palamara per sponsorizzare tre magistrati. E lui in Csm si è adoperato per la loro nomina”. Lo scrive il quotidiano La Verità che, pubblicando le conversazioni Whatsapp tra i due, chat che sarebbero finite nell’inchiesta Csm che ha scosso le toghe, sostiene che Ferranti avrebbe “segnalato” a Palamara anche il magistrato viterbese Eugenio Turco, attuale presidente della sezione civile del tribunale di Viterbo.
Donatella Ferranti, nata a Tarquinia 63 anni fa, dal 2008 al 2018 è stata deputata del Pd e per cinque anni presidente della commissione Giustizia alla Camera. Non più ricandidata, è tornata a fare il magistrato. E da due anni è giudice della corte di Cassazione. Ma, secondo La Verità, “dall’aula del parlamento spinge per questa o quella nomina”. “Anche la signora – riporta il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro – comunicava via Whatsapp con il pm Luca Palamara. Soprattutto per sponsorizzare la nomina di almeno tre magistrati”.
Palamara, pubblico ministero romano ora sospeso, ex membro del Consiglio superiore della magistratura e già presidente dell’Associazione nazionale magistrati, è indagato per corruzione dalla procura di Perugia. È finito al centro dello scandalo toghe per aver, secondo le accuse, favorito o comunque discusso le nomine di alcuni magistrati quando era consigliere del Csm.
Nel pubblicare le chat Whatsapp tra Ferranti e Palamara, La Verità scrive: “Il 4 marzo 2018, uno degli ultimi giorni da parlamentare della Ferranti, la deputata segnala Eugenio Turco: ‘Ha uno specifico interesse per presidente sezione Viterbo’. Qualche ora dopo aggiorna Palamara: ‘Ti manderà sms direttamente perché ha sciolto le sue perplessità… preferiva Roma, ma se a Roma non c’è possibilità meglio puntare su Viterbo’. L’ex presidente dell’Anm la rassicura: ‘Ho visto Eugenio l’altro giorno e considerami al suo fianco’”.
Per La Verità, quelle della ex parlamentare viterbese a Palamara sarebbero state “richieste pressanti”. “Il 20 luglio – riporta il quotidiano – la deputata perora la sua causa: ‘Luca cerca di chiudere tu le cose prima di andartene’. Le richieste aumentano: ‘Mi raccomando per tutto, anche Viterbo’“. E infine: “Il 13 settembre – scrive La Verità – la Ferranti richiama all’ordine il pm: ‘Non fare scherzi (…) Mi sto battendo per nostro amico con molta esposizione… manteniamo le parole per favore ingiustizie non tollerabili… porta a casa anche Eugenio’. Palamara: ‘Eugenio già fatto: 5 a 1′”.
All’Adnkronos Ferranti commenta quanto pubblicato dalla Verità. ”In tutta la mia vita sono andata a testa alta, e continuo a farlo. Sto valutando di rivolgermi a un legale per eventuali querele, per tutelarmi nelle sedi legali. Quello che è stato pubblicato si commenta da solo. Non so dove porterà questa strategia, perché mi sembra oggettivamente tale. Io non conosco gli atti che riguardano Palamara, ma per ora mi pare si stiano costruendo delle verità diverse da quella che è la realtà. E poi si tratta di legittime opinioni”.
Per Ferranti ”si tratta di chat – dice all’Adnkronos – che dovevano rimanere riservate. Ma, in ogni caso, nel contenuto, per quello che mi riguarda, si tratta di opinioni che possono essere legittimamente manifestate. Non supportano nessuna rilevanza penale, nulla”. All’Adnkronos Ferranti spiega: “Da un lato ho solo rappresentato che un collega era una persona molto stimata. Dall’altro, ugualmente, ho rappresentato una persona di garanzia. Non ho fatto interventi che riguardano me stessa. Non so neanche se ero ancora deputato, controllerò fra le mie chat, che non ho cancellato perché non ho niente da cancellare. Dovrò ricostruire i periodi e dare mandato al mio avvocato. Qui viene tutto ingigantito, perché molte volte, anche da come viene costruito, un articolo diventa diffamatorio in sé, ma mi consulterò con un legale per verificare se ci sono gli estremi per la querela. Ma a prescindere dal caso Palamara, sono sempre andata a testa alta e continuo ad andarci”.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


