Viterbo – Come imperversava “mafia viterbese”, due anni (2017-2018) di attentati e intimidazioni ricostruiti dal maggiore Marcello Egidio. Tutti col fiato corto dopo avere indossato per ore e ore la mascherina, obbligatoria per magistrati, avvocati, testimoni e personale all’interno delle aule di giustizia.
Anche quando si tratta di udienze fiume come quella durata ieri tutto il giorno, davanti al collegio del tribunale di Viterbo presieduto dal giudice Gaetano Mautone, che ha fatto entrare nel vivo il processo a Manuel Pecci, Emanuele Erasmi e Ionel Pavel.
Imputati il parrucchiere, l’artigiano e l’operaio romeno arrestati nel blitz antimafia dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019 cui viene contestata la sola aggravante del metodo mafioso, mentre sugli altri dieci (tra i quali i presunti boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato per i quali sono stati chiesti 20 anni di carcere con l’abbreviato) pende la ben più grave accusa dell’associazione di stampo mafioso.
Un’intera mattinata e anche il pomeriggio solo per sentire il primo testimone dell’accusa, il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri della compagnia di Viterbo, citato dal pubblico ministero Fabrizio Tucci per la procura distrettuale antimafia.
Tucci, per anni in forza alla procura di via Falcone e Borsellino prima del trasferimento a Roma, è stato titolare a Viterbo di alcune delle più grandi inchieste per corruzione dell’ultimo decennio. Nella capitale ha lavorato all’inchiesta “Erostrato”, e non solo, a fianco del noto procuratore antimafia Giovanni Musarò. Musarò, a sua volta, è lo stesso che nel 2014 venne aggredito nel carcere di Mammagialla dal boss Domencio Gallico per avergli fatto arrestare la madre mentre era alla Dda di Reggio Calabria.
“Stiamo ascoltando il maggiore Marcello Egidio. Sta facendo per il collegio una ricostruzione dei 53 episodi contestati all’organizzazione criminale italo-albanese nell’ambito dell’inchiesta ‘mafia viterbese’ e delle captazioni a sostegno del vincolo associativo e del metodo mafioso. Ci vorrà tutta la giornata”, hanno spiegato i legali, uscendo dal tribunale a respirare una boccata d’aria durante una breve pausa.
Oltre ai difensori, sono nel processo anche gli avvocati delle 19 parti civili, tra cui l’associazione antimafia Caponnetto, lo sportello Sos Impresa e il comune di Viterbo. Tra le vittime il presidente della camera penale Roberto Alabiso, cui è stata bruciata una macchina, mentre il comune è assistito dall’avvocato Marco Russo.
Il palagiustizia, nel frattempo, causa il protrarsi del lockdown anti-Covid, resta off-limits per la stampa, con o senza guanti e mascherina, anche in caso di processi di grande rilevanza sociale come questo. Peccato. Sarebbe stato interessante riportare i vari passaggi di una testimonianza che è possibile solo immaginare.
Michele Ranucci assiste Pavel, Giuliano Migliorati invece Erasmi, mentre Fausto Barili e Carlo Taormina difendono Pecci.
Taormina, che ha lasciato il tribunale col solito passo spedito nonostante la mascherina, in tempi di pandemia è salito agli onori delle cronache per essere tra i legali che a Roma hanno consegnato simbolicamente al presidente dell’ordine le toghe contro le pesanti conseguenze del protrarsi della quarantena per gli operatori della giustizia e per essere il legale del virologo napoletano Giulio Tarro nella querelle Tarro-Burioni sul Coronavirus.
Oggi si torna in aula per ascoltare le presunte vittime. Mentre davanti al gup Emanuela Attura del tribunale di Rom riprenderà lunedì prossimo il processo con l’abbreviato ai dieci imputati di associazione di stampo mafioso.
Silvana Cortignani




