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Mafia viterbese, sfilano le prime vittime di attentati incendiari e intimidazioni

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Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio

Mafia nel Viterbese – Un’immagine di un atto intimidatorio

Viterbo La vetrina sfondata del Compro oro di via Genova

La vetrina sfondata del compro oro di via Genova

Mafia viterbese - Udienza a Mammagialla

La prima udienza a Mammagialla – In primo piano gli avvocati Carlo Taormina e Roberto Alabiso

Mafia viterbese - Udienza a Mammagialla

Prima udienza a Mammagialla – Dei tre imputati c’era solo Manuel Pecci

Viterbo – Mafia viterbese, sfilano per la prima volta davanti ai giudici le vittime di attentati incendiari e gesti intimidatori.

Saranno sentite domani le prime sei parti offese, nel corso della due giorni di udienze previste oggi e domani davanti al collegio che dovrà giudicare il parrucchiere trentenne Manuel Pecci (difeso da CarloTaormina e Fausto Barili), l’artigiano 51enne Emanuele Erasmi (difeso da Giuliano Migliorati) e l’operaio romeno 36enne Ionel Pavel (difeso da Michele Ranucci).

Il tribunale, dopo lo stop forzato da Coronavirus, ha deciso di spingere sull’acceleratore. La prima udienza del processo col rito ordinario, dopo il rinvio a giudizio del 24 gennaio da parte del gup Emanuela Attura del tribunale di Roma, è stata l’ultima prima del lockdown e si è tenuta eccezionalmente nel carcere di Mammagialla per il collegamento in videoconferenza col carcere di Torino, dove era detenuto Pavel che non poteva essere tradotto per via dell’emergenza Covid. 

Pavel, Pecci e Erasmi sono gli unici dei tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2019 cui venga contestata la “sola” aggravante del metodo mafioso, a differenza degli altri dieci, tutti ancora in carcere, tra i quali i presunti boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato, cui viene contestata l’associazione di stampo mafioso. 

Pavel è l’unico dei tre ancora sottoposto a misura cautelare, gli arresti domiciliari col braccialetto, ottenuti ad aprile dopo oltre un anno di reclusione nel reparto di alta sorveglianza del carcere del capoluogo piemontese. Pecci e Erasmi sono tornati liberi a gennaio, dopo un anno ai domiciliari.

Si comincia questa mattina con l’ascolto di alcuni degli operanti che si sono occupati delle indagini coordinate dai pm Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci della Dda di roma, a partire dal maggiore Marcello Egidio, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri della compagnia di Viterbo.

Saranno loro a ricostruire le varie fasi della maxi inchiesta che ha sgominato la presunta organizzazione criminale italo-albanese che ha messo a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018, tra gesti intimidatori e attentati incendiari, mirati, almeno inizialmente, al controllo dei locali da ballo per stranieri e dei compro oro, in una escalation di violenza che nel giro di pochi mesi ha creato un grandissimo allarme sociale in città, tanto che tra le 19 parti civili del processo figura anche il comune capoluogo.

Tra le vittime ci sono politici come Claudio Ubertini, avvocati come il presidente della camera penale Roberto Alabiso, imprenditori come Piero Camilli e le stesse forze dell’ordine, tra i quali un carabiniere cui hanno incendiato l’auto che si è costituito parte civile.  Sei di loro saranno sentite domani dal collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone.

Saranno i primi a riferire in un’aula di tribunale sulle vicende sfociate nella retata dell’anno scorso che, secondo gli inquirenti, ha sgominato una pericolosa “cellula mafiosa” che avrebbe voluto importare e imporre nel capoluogo della Tuscia i metodi della malavita organizzata albanese e della ‘ndrangheta italiana. 

L’obiettivo di Dervishi e Trovato, almeno all’inizio, sarebbe stato quello di imporre con le buone o con le cattive la propria supremazia nei settori dei locali da ballo e dei compro oro, dove entrambi avevano interessi imprenditoriali. Strada facendo la banda si è “incattivita”, alzando il tiro e prendendosela anche con investigatori, avvocati, politici, imprenditori radicati da anni nel tessuto economico del capoluogo e anche della provincia.

Sono destinate a restare nella storia le intimidazioni a suon di macchine bruciate oppure teste d’agnello o di maiale mozzate, acquistate in macelleria e poi posizionate ben in vista sulle saracinesche o i cofani delle auto delle vittime. Oppure i lumini da morto davanti alla serranda di un compro oro e gli spari sulla vetrina di un altro. Sono 47 le parti offese individuate dagli investigatori, 19 delle quali si sono costituite parte civile. 

Il processo, almeno fino al termine della Fase 2, fissata per ora il 30 luglio, si svolgerà a porte chiuse presso il palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino, con le parti presenti distanziate e munite di mascherine, guanti e tutti i dispositivi previsti per scongiurare il rischio di contagio d Coronavirus. Il che significa che in aula non ci saranno né il pubblico, né la stampa.

Riprenderà invece il primo giugno il processo di Roma ai dieci imputati di associazione a delinquere di stampo mafioso che hanno scelto l’abbreviato, quando sarà la volta degli avvocati delle vittime che si sono costituite parti civili. 

Silvana Cortignani


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