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“Maltrattamenti all’asilo, preside assolta con assoluta serenità processuale”

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La scuola materna di Monterosi

La scuola materna di Monterosi

Il presidente uscente Luigi Sini

L’avvocato Luigi Sini – Difensore della dirigente con il collega Antonio Stellato del foro di Roma

Asilo lager di Monterosi - I genitori delle piccole vittime in tribunale il giorno della condanna della maestra

I genitori delle piccole vittime in tribunale il giorno della condanna della maestra

Monterosi – (sil.co.) – Asilo lager di Monterosi: “Ritiene il giudicante che possa pervenirsi con assoluta serenità processuale a mandare assolta l’imputata dal reato ascritto perché il fatto non costituisce reato”. Una frase scritta dal giudice Silvia Mattei a conclusione delle motivazioni della sentenza che, a distanza di oltre un anno dall’assoluzione, solleva definitivamente da ogni responsabilità la preside Anna Grazia Pieragostini.

E’ la dirigente scolastica oggi 59enne, difesa dagli avvocati Antonio Stellato del foro di Roma e Luigi Sini, finita quattro anni fa sotto processo davanti al tribunale di Viterbo per maltrattamenti aggravati in concorso successivamente al patteggiamento (l’11 luglio 2014) di una condanna a due anni da parte della maestra Caterina Dezi, arrestata in classe il 6 marzo 2014. 

Il processo alla preside si è aperto il 25 marzo 2016, due anni dopo il clamoroso blitz dei carabinieri, e chiuso il 30 gennaio 2019 dopo quasi tre anni di dibattimento.

Secondo l’accusa, come fu accertato dalle telecamere nascoste, i bambini venivano presi dalla maestra Dezi per il bavero del grembiule o per un braccio, trascinati o scaraventati a terra, dove venivano lasciati in lacrime, schiaffeggiati mentre venivano rimproverati utilizzando parole come “ignoranti”, “stupidi”, “testa di rapa”, “sei pazzo”, “fatti ricoverare” e anche “vaffanculo”, intimando loro di riferire nulla di ciò che si facesse all’interno della scuola materna in quanto era segreto.

Per gli undici genitori che si sono costituiti parte civile e il pm Fabrizio Tucci, la dirigente non poteva non sapere. Al termine del processo, però, è stata la stessa procura, nella persona del sostituto Michele Adragna, a chiedere l’assoluzione dell’imputata. 

“E’ emerso – si legge nelle motivazioni della sentenza – che la dirigente aveva notevolmente intensificato la sua presenza presso la scuola materna, ivi recandosi all’entrata e durante la mattinata, a sorpresa, affacciandosi nelle aule, sostando nell’atrio, eccetera. Aveva inoltre allertato la fiduciaria e reso consapevoli tutti gli insegnanti. Tutto il personale era a conoscenza della questione, tutti erano allertati. E’altresì emerso che la dirigente aveva fatto tutto quanto nelle sue possibilità per aumentare le ore di compresenza, nei limiti in cui l’organico lo consentiva”. 

All’imputata veniva inoltre contestato di non essersi rivolta alle forze di polizia. “L’atteggiamento cauto assunto dalla dirigente è stato motivato solo dalla incertezza sulla concretezza ed effettività dei fatti narrati, ai quali ella non trovava riscontro nei suoi ‘canali’. Difficilmente quindi, ella avrebbe potuto presentare una denuncia o un esposto sulla base dei soli elementi concreti di cui disponeva, ovvero le due o tre lettere. D’altro canto, era certamente una richiesta giuridicamente inattuabile quella formulata da taluni genitori alla dirigente di mettere le telecamere in aula”.

Si parla di “forse infelice affermazione”, relativamente al “non infangare il buon nome della scuola”. “Può avere irritato ed esasperato i genitori che, giustamente, ritenevano prevalente l’esigenza di tutela dei loro piccoli – scrive il giudice Silvia Mattei – tuttavia, tale affermazione della dirigente pare debba essere interpretato come un modo, forse improprio, di rappresentare le possibili conseguenze di un’accusa infondata e non come un mero nascondersi dietro una facciata di efficienza e bontà dell’istituto scolastico”. Quindi il giudice aggiunge: “D’altro canto, deve rilevarsi che si sono resi necessari oltre due mesi di intercettazioni ambientali per giungere ad un arresto, indice questo del fatto che l’indagine richiedeva strumenti e tempo dei quali certamente la dirigente non poteva disporre”.

Un concetto che viene ribadito: “Pieragostini fu investita direttamente del problema dalla metà di ottobre ai primi giorni di dicembre (4-5) ovvero per circa 45 giorni, e disponeva dei limitati mezzi di cui si è detto, mentre i carabinieri, pur dotati di ben altri mezzi di indagine (intercettazioni ambientali, sequestri etc.) ebbero bisogno di due mesi di indagini per avere elementi sufficienti per disegnare il delitto di maltrattamenti (che essendo reato abituale richiede una pluralità di condotte) in modo tale da consentire loro di intervenire”.

 

 


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