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“Se non ripartono turismo e ristorazione sarà crisi nera per latte e vino”

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Confagricoltura Viterbo-Rieti - Il vicepresidente Remo Parenti

Confagricoltura Viterbo-Rieti – Il vicepresidente Remo Parenti

Viterbo – Per non piangere sul latte versato, in tempi di Fase 1 dell’emergenza Coronavirus, gli allevatori hanno devoluto migliaia di litri di nettare bianco in beneficenza. Sono invece rimaste tristemente in cantina le bottiglie di vino che avrebbero dovuto essere stappate, tra marzo, aprile e maggio, per allietare i momenti conviviali tipici del periodo e non solo: aperitivi, pranzi, cene, vacanze pasquali, ponti primaverili, feste di laurea, ricevimenti per matrimoni, cresime e comunioni. Tutti rinviati a data da destinarsi, brindisi compresi.

“Non basta la grande distribuzione, se non ripartono turismo e ristorazione sarà crisi nera per latte e vino”, dice il presidente di Confagricoltura Viterbo-Rieti, Remo Parenti, parlando del destino post-Covid del latte, della crisi del settore vitivinicolo, di riapertura degli agriturismi, di passato e futuro dei florovivaisti nella Tuscia. 

Adesso, che siamo passati alla Fase 2, c’è chi si lecca le ferite. Stanno venendo al pettine tutta una serie di nodi difficili da sciogliere, in un momento in cui, con la riapertura dei bar e la boccata d’ossigeno dell’asporto al settore ristorazione, ci si aspetta al più presto la ripartenza di tutte le filiere. In un momento solitamente d’oro per la campagna.

Sessant’anni, sposato, due figli, laureato in scienze economiche e bancarie, parenti conduce, del suo, un’azienda a carattere cerealicolo-castanicolo nei comuni di Viterbo e Caprarola, la prima con un indirizzo cerealicolo-foraggero, mentre la seconda è interamente investita a marroni da frutto. 

Presidente Remo Parenti, cosa si fa adesso in campagna?
“Si comincia a fare tutto, perché adesso cominciano i lavori di fienagione, credo che le trebbiature dei cereali saranno anticipate, siamo nel momento in cui si raccoglie, si trebbia, si falcia, si fa tutto. Mi verrebbe da dire ‘tanto non piove, grazie a Dio’, ma anche quello è un problema, perché veniamo da una stagione abbastanza difficile con gelate e siccità che si sono alternate a momenti di pioggia intensa come tra metà novembre e metà dicembre, quindi sempre mal distribuita. Purtroppo questo ormai è il nuovo clima”.

Chiusa la prima fase dell’emergenza pandemia, sembra che sia scattata l’emergenza latte e vino. Che succede?
“Per quanto riguarda il latte, mentre c’è una domanda piuttosto forte nella grande distribuzione, quindi si comprano formaggi e si compra latte, anche se soprattutto non il latte fresco, si è invece fermato quello che viene consumato nei bar. Quindi, per quanto riguarda in particolare il latte bovino, cominciano a esserci segnali di affaticamento estremo. Finora si è cercato di congelarlo, di darlo ai bisognosi, però adesso cominciano a venire i nodi al pettine. Io spero che si riesca in tempi brevi a far ripartire tutto il settore dei bar-ristoranti-hotel, tutto il settore Horeca, perché parecchio  verrebbe smaltito e probabilmente si tornerebbe a una situazione abbastanza di normalità”.

A proposito di settore Horeca, il venir meno del turismo e delle occasioni conviviali sta facendo registrare una battuta d’arresto senza precedenti anche per il vino… 
“E’ uno dei settori per cui sono aperte delle situazioni piuttosto complicate, in una provincia dove si contano parecchie aziende produttrici, sparse un po’ ovunque sul territorio, che fanno un vino buono, ricercato, pregiato. Sono un po’ tutte nella stessa identica situazione. Faccio un esempio che rende bene l’idea di quello che si sta verificando. Giorni fa parlavo con Sergio Mottura, il noto produttore di Civitella D’Agliano che esporta e vende direttamente per l’appunto al canale hotel-ristoranti-agritursimi e non ha rapporti con la Gdo, la grande distribuzione organizzata. Ebbene, lui mi ha detto: ‘Potrei anche andarmene in vacanza, peccato che non ci posso andare perché è proibito”. Insomma è fermo, zero assoluto”.

E chi invece vende vino alla grande distribuzione?
“Chi invece ha i canali di distribuzione tramite la Gdo probabilmente un po’ meglio sta, però con tutte le problematiche della grande distribuzione, che con noi si comporta più da matrigna che da partner della filiera. Secondo me ci sono delle dinamiche che andrebbero attentamente monitorate da chi deve, perché sennò non possiamo parlare di filiere”.

All’inizio del blocco il più penalizzato era il settore florovivaistico…
“Adesso si comincia ad avere ovunque il fiato grosso. Eravamo partiti col florovivaismo, con tante piccole aziende in provincia di viterbo e anche nel resto del Lazio che hanno perso l’annata, per lo meno uno dei due momenti fondamentali dell’annata, quindi la primavera, sperando che poi in autunno la situazione sia migliore. Adesso è l’agriturismo che sconta una situazione di turismo che non c’è più”. 

Cosa si sta facendo per gli agriturismi?
“La nostra sezione provinciale, affiancata da quella regionale, si dovrebbe vedere con i funzionari della Regione Lazio e con l’assessora all’agricoltura Enrica Onorati, anche per definire le regole. Regole che, nel caso degli agriturismi, gli addetti ai lavori vorrebbero condividere, perché a volte far partecipare chi effettivamente sta nel problema pratico può essere risolutivo, può essere cosa che apporta la possibilità di giungere alla soluzione”.

Visto che si parlerà ancora a lungo di distanziamento, gli agriturismi, che hanno spazio in abbondanza, non sono facilitati?
“L’obiettivo è proprio adoperare questi spazi, dare la possibilità di metterli in uso. E poi, soprattutto, capire quale deve essere la prassi, quindi capire se sia possibile mandare prima un modulo con tutti gli adempimenti, oltre a una serie di richieste riguardo all’operatività di quello che devono fare una volta partiti, perché sennò alla fine pure loro scontano quello che stanno dicendo quelli del Canale Horeca. E cioè: ‘Non sappiamo se aprire, perché alle condizioni alle quali ci dite di aprire forse noi non riusciamo a coprire i costi’. Insomma, devono vedere e cercare di capire, in particolare gli agriturismi, come utilizzare questa loro specificità che hanno, di avere spazi molto grandi per riuscire a superare le problematiche che hanno invece i locali più piccoli. Ci stiamo muovendo bene, speriamo in tempi brevi di arrivare a qualcosa di positivo”.

Con l’arrivo della bella stagione, c’è stato un allarme relativo alla carenza di manodopera nelle campagne, dove per lo più venivano utilizzati braccianti agricoli stranieri…
“Per quanto riguarda la manodopera agricola, c’è stato un allarme, ma non tanto nel Viterbese quanto al meridione. Nel Viterbese le aziende hanno una manodopera abbastanza stanziale, di persone che vengono dall’est o che vengono dall’Africa. Persone che sono ormai stanno qui da tanti anni e sono diventate residenti in provincia di Viterbo”.

Gli stagionali, insomma, nella Tuscia non sono tanto stagionali?
“Via via, in provincia di Viterbo, tutte le stagioni ce le hai occupate. Per cui a gennaio chi è bravo pota oppure comincia a raccogliere sulla costa gli ortaggi. In  primavera c’è di tutto, in estate lo stesso, poi in autunno cominciano olive, castagne. I braccianti, insomma. hanno tutto l’anno impegnato e si sono trovati evidentemente bene. Non abbiamo quindi difficoltà a reperire la manodopera”.

Chi aspirasse a lavorare in agricoltura, insomma, dovrebbe andare al sud?
“Nelle regioni del sud c’è carenza di manodopera, perché tante persone, che venivano in particolare dall’est, non possono venire, per cui realmente non c’è la possibilità di trovare il numero di persone, di raccoglitori in particolare, a meno che non si attivi chi adesso percepisce il reddito di cittadinanza o sta in cassa integrazione”.

Che fine ha fatto invece il discorso voucher?
“Si parlava del voucher, ma sembrava addirittura di scavalcare le relazioni che intercorrono tra noi e gli altri sindacati. Il problema, secondo me, si poteva provare a risolverlo attraverso uno strumento normativo che consentisse a queste persone di non perdere i loro diritti, quindi il reddito di cittadinanza o la cassa integrazione, e farle venire, magari per trenta giorni, venti giorni, dieci giorni, a lavorare con noi, perché ci sono tanti che hanno manifestato questo desiderio. Poi il voucher è diventato, mi pare, un simbolo di significato estremamente intenso, diventato molto divisivo, è diventata una questione politica non più economica, per cui secondo me sarebbe forse il caso di andare oltre i voucher e vedere se c’è la possibilità di fre qualche cosa di diverso, ma di buono egualmente, magari rapportandosi coi sindacati”.

Nel frattempo l’emergenza è passata alla Fase 2, ma non è finita…
“Qui l’unica cosa, secondo me, sarebbe di capire che stiamo in emergenza e che vanno prese decisioni. Non tanto strumenti di emergenza, ma decisioni di emergenza, in modo da reagire in maniera tempestiva e veloce. Ad esempio provare a snellire la parte burocratica che è poi il motivo per cui, di tante cose che si sono dette, poche si sono realizzate, perché sono entrate nelle maglie della burocrazia e non ne sono più uscite. Questa è la possibilità che questa crisi ci potrebbe dare. In tutte le crisi uno cambia atteggiamento. Io spero che possa essere appunto quello di capire che c’è troppa burocrazia e che questa burocrazia paralizza alla fine tante opportunità.Non dico che non si debba controllare, che non si debba gestire e amministrare, ma che probabilmente negli ultimi anni siamo andati oltre e ora, nel momento storico che stiamo vivendo, si vedono gli effetti”.

Silvana Cortignani


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