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Palanzana, tra diavolo e acqua santa…

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Viterbo - La croce in cima alla Palanzana

Viterbo – La croce in cima alla Palanzana

Viterbo - La Palanzana

Viterbo – La Palanzana

Viterbo - Uno dei bottini a forma di baule

Viterbo – Uno dei bottini a forma di baule

Viterbo - Ponticello sul fosso Luparo

Viterbo – Ponticello sul fosso Luparo

Viterbo - Padre Ernesto, alla destra del vescovo di Bagnoregio Luigi Rosa nel giorno della sua ordinazione (1952)

Viterbo – Padre Ernesto, alla destra del vescovo di Bagnoregio Luigi Rosa nel giorno della sua ordinazione (1952)

Viterbo – Autunno primi anni Cinquanta del secolo scorso. Con padre Ernesto, un frate sulla trentina, e  il mio compagno del cuore Agostino Felli, montammo di buonora una domenica mattina sul calesse trainato da un vecchio ronzino del convento di San Paolo ai Cappuccini di Viterbo per raggiungere lemme lemme il convento dei Cappuccini di Sant’Antonio alla Palanzana acquattato dal 1545 tra i boschi a circa tre chilometri dalla città.                                                                                                                                               

Padre Ernesto, fresco di sacerdozio, doveva celebrare la messa e noi, con tanto di tunica nera e cotta bianca merlettata, dovevamo servirla da collaudati chierichetti. Durante il tragitto lungo un sentiero scosceso, stretto e pietroso, parlammo di famiglia, scuola, pallone e stranamente di politica. Ricordo che il frate, senza darlo a intendere esplicitamente, simpatizzava per Mussolini. Mi parve insolito che un religioso avesse quei pensieri.

Prima dell’ultima curva all’altezza del bivio per la strada che scende alla Quercia, ricordo di aver visto  la carcassa di un vecchio aereo degli alleati, residuo di una guerra ancora viva nei ricordi di noi giovani. Aereo abbattuto voleva dire cuscinetti, merce rara in quei tempi, che servivano alle carrozzette formate da una tavola con quattro rotelle, un rudimentale timone e motore a spinta.                                                                                                                                      

All’arrivo, dopo una buona mezz’ora, ci attendeva ai piedi della salitella che conduce al convento di Sant’Antonio, un manipolo di contadini che curava  in quei luoghi gli orti, le stalle, le vigne e i  campi. Erano vestiti a festa e ci fecero una silenziosa ma cordiale accoglienza come sanno fare le persone semplici. Avvertii un senso di vanitoso protagonismo, tipico di chi svolgeva un ruolo importante come quello di servire messa.                                                                                                                                                                

Il convento – costruito cinquant’anni prima di quello dei Cappuccini di Viterbo – era raccolto intorno a una chiesetta, presidiata da una croce esterna di ferro conficcata in un masso di peperino, che ostentava sull’altare maggiore una tela della Madonna col bambino e santi. Nel retro si apriva un minuscolo coro ligneo con una ventina di stalli intorno ad un gigantesco messale miniato, leggibile a distanza, posto su un grande leggio. Dal soffitto pendeva la corda unta e bisunta di una campana di vecchio conio.  

Una delle camere al piano superiore era stata occupata alla fine del Seicento da fra’ Crispino al tempo del suo noviziato. D’ordinanza gli altri ambienti: foresteria, sagrestia, chiostro,  refettorio,  cucina, un paio di latrine e il bosco, presidio di querce secolari, con una ricca sorgente d’acqua, l’orto, la lega, il vigneto, la stalla, la porcareccia, il casale del contadino,  il forno e il magazzino  degli attrezzi. I frati l’abitarono fino al 1964, quando si trasferirono definitivamente nel convento di Viterbo da poco ristrutturato.                                                                                                                                                                    

Dopo la funzione, ci spostammo nel retro della chiesa accanto a un giardino-vigneto dove era stata preparata una colazione campestre con bruschetta sul fuoco a legna, castagne annegate in un bigoncio ricolmo d’acqua e qualche bicchiere di vino. Quello fu il mio primo contatto con la Palanzana che pure conoscevo a memoria nel disegno triangolare, tipo mammella gigante con il capezzolo di verde sempiterno come il leccio, che vedevo ogni giorno dalla finestra della cucina al quinto piano del palazzo dell’Incis in viale IV Novembre a Viterbo dove abitavo dal 1940.                                                                                                                                            

Per la verità qualche contatto  fugace l’avevo già avuto, quando alcuni anni prima mia madre mi portava a monte Pizzo, lungo la strada della Palanzana, a respirare aria buona per la tosse convulsa. E avevo sentito parlare del fosso Luparo, ai piedi del monte dove vennero costruiti alcuni ombrosi bottini, uno dei quali a forma di grande baule.

Mi dicevano che alcuni ragazzi più grandi di noi facevano una pesca “fai da te” senza precedenti. Si procuravano una ramazza di saggina, tipo quella della strega, e dopo averla “insaporita” con interiora di animali al mattatoio di porta Faul, la depositavano nell’acqua cristallina del fosso. Dopo qualche ora la tiravano a secco strapiena di gamberi che restavano imbrigliati i nella saggina. Sarà stato vero?                                                                                                                                                 

Qualche anno dopo affrontai l’impresa di raggiungere la cima del monte, dove in quegli anni era sistemata una croce di legno. Diventerà di ferro grazie a Renzo Anselmi, quello della cava di peperino all’uscita della valle dell’Arcionello alle porte di Viterbo dove il fosso cambia nome, da Luparo a Urcionio.

Mi raccontava che non fu facile portarla fino a lassù, pesante com’era e alta quattro metri. Una targa alla base della croce ricorda l’impresa: La Palanzana sin dal 1934 è stata la mia grande e verde palestra, per questo nel luglio del 1965 ho installato sulla sua vetta una croce.                                                                                                                   Oggi, luglio 2015 in occasione del 50esimo anno, poso  questa nuova croce dedicata a tutti i giovani che sono prematuramente scomparsi e che non hanno potuto avere quello che la Palanzana ha dato a me. Amatela, frequentatela, rispettatela.

Renzo Anselmi

Nelle frequenti passeggiate alla Palanzana che in seguito facevamo in comitiva (a Natale per prendere il vellutino, a Pasqua per la rituale scampagnata), il  punto di sosta obbligato era la fontanella addossata al muro che cingeva il bosco dei frati. L’acqua, simbolo di purezza e di salute, veniva utilizzata soprattutto per la panzanella ed aveva un brand di qualità, confermato dalla scritta “Palanzana” in alcune fontanelle di ghisa sparse nel centro storico di Viterbo.  Quella fontanella oggi non c’è più.

Fu piuttosto lunga quella camminata di primavera che feci insieme a mio zio Giovanni e mio cugino Germano lungo lo stradone detto il Calvario che partendo dall’attuale cancello di ferro del convento poco prima dell’ex villa del Vescovo saliva fino al Grottone. Dopo aver costeggiato l’attuale meleto della Cimina, sbucammo sulla Bronca dal nome di un’osteria al quinto chilometro della strada Viterbo-Ronciglione per una merenda a base di salsicce. L’osteria è oggi un mucchio di sassi soffocati  dai rovi.

Il primo maggio, festa dei lavoratori, la Palanzana diventava per un giorno terra dei comunisti. Intere famiglie si ritrovavano lungo il viale IV Novembre per la tradizionale scampagnata con borse e zaini ricolmi di pagnotte di pane, fettuccine al sugo, frittate, uova lesse, salumi, cacio, porchetta e soprattutto vino.

Al ritorno, complice qualche sorsata di troppo, l’allegria saliva alle stelle e le note di “Bandiera rossa la trionferà, evviva il comunismo e la libertà” erano scandite con passione e convinzione. Ricordo che in quel giorno mi era proibito  di uscire di casa per il pericolo di risse. 

Alcuni anni fa, in crisi di nostalgia, pregai la signora Napoletano, la cui famiglia occupava dopo di noi l’appartamento dell’Incis al quinto piano di viale IV Novembre, di farmi affacciare dalla finestra della cucina per rivedere la Palanzana. 
Non c’era più. Le case l’avevano cancellata.

Vincenzo Ceniti


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