Viterbo – “Palestre e asili negli agriturismi, largo agli spazi aperti per una ripartenza solidale”. La campagna come luogo per la “risocializzazione”, è la proposta di Coldiretti per rilanciare alcuni dei settori più penalizzati dall’emergenza Coronavirus.
“Tutte le aziende agrituristiche hanno grandi spazi all’aperto che consentirebbero il rispetto del distanziamento sociale, per cui, attivando le sinergie con i gestori di altre attività altrimenti in affanno o costrette a restare chiuse a causa delle prescrizioni, secondo noi è possibile dare vita a soluzioni alternative che, nella Fase 2, permetterebbero la salvaguardia di tante imprese e posti di lavoro, dando contemporaneamente respiro a chi, dopo il lockdown, desidera tornare a fare movimento, ovviamente in sicurezza, sia tra gli adulti che tra i bambini”, spiega il presidente provinciale Mauro Pacifici.
Gli “agronidi” e gli “agroasili” stanno a cuore da anni all’associazione che raccoglie i coltivatori diretti. I primi, in Italia, hanno aperto una decina di anni fa. Fattorie didattiche, nel frattempo, hanno aperto i battenti anche nel Viterbese. Adesso c’è un motivo in più: “L’urgenza di far tornare a girare l’economia e contemporaneamente dare ristoro alla popolazione stremata da mesi di quarantena forzata”.
Presidente Mauro Pacifici, cosa ne pensa dell’ammutinamento della regione Calabria che ha deciso, a sorpresa, di riaprire bar, ristoranti e attività commerciali, compresi gli agriturismi, purché l’attività di somministrazione avvenga in tavoli all’aperto?
“Io credo che la politica in un momento come questo debba essere omogenea. Se ogni presidente mette in opera la sua creatività e va per conto suo, potremmo diventare l’Arlecchino della situazione, quindi dobbiamo cercare di essere seri, come lo siamo stati fino ad adesso. Come noi guardiamo all’estero, l’estero ci sta guardando, forse con una lente d’ingrandimento molto più potente. Abbiamo la grossa peculiarità di sapere affrontare le situazioni critiche, di fare nazione con grande senso di responsabilità. Dobbiamo continuare a dare esempio, come abbiamo fatto finora”.
Quali sono,secondo Coldiretti, i settori che stanno soffrendo di più in questa fase di emergenza?
“Sono il settore florovivaistico, il settore agrituristico, il settore vino e a seguire il settore del latte ovino, bovino e bufalino”.
Dolentissima nota, per tutta l’Italia e in particolare per la Tuscia, che ne conta circa duecento, quella degli agriturismi…
“Abbiamo capito che rispetto al settore della ristorazione e dell’accoglienza in genere, il settore agrituristico sta soffrendo di più, perché nei settori convenzionali i costi variabili possono essere bloccati. Qui invece abbiamo, oltre al blocco dell’attività front office, anche il blocco automatico della coltivazione, perché abbiamo una filiera interna, per cui anche i costi variabili vanno a creare difficoltà. Anzitutto perché gli agriturismi non stanno su una piattaforma di vendita alla grande distribuzione”.
In quale modo è possibile rilanciare il settore agrituristico?
“Noi stiamo facendo tanto per la salvaguardia dell’agriturismo, che è il custode delle nostre tradizioni, dei nostri paesaggi, della storia di un luogo, di un territorio. Perché no, allora, dato che abbiamo grandi spazi, cercare di fare sinergie con altri tipi di attività, vedi attività fisiche, quindi le palestre?”.
Intende il trasferimento delle palestre negli agriturismi?
“Oggi le palestre hanno selle difficoltà a riaprire. Perché no? Stiamo andando verso la bella stagione, se il governo Conte dovesse dare la possibilità, secondo le indicazioni di sicurezza, noi potremmo essere coloro i quali operano insieme ad altre strutture, ospitano altre strutture”.
Poi c’è un altro vecchio pallino di Coldiretti, gli agroasili e gli agrinido?
“Tutto questo si può fare in campagna, perché disponiamo di grandi spazi, soprattutto all’aria aperta. Oggi il tema principale è il distanziamento sociale, all’interno dell’agriturismo possiamo fare tante cose”.
A partire da quando, visto che siamo già a primavera inoltrata?
“Appena le normative con i Dpcm riescono a darci un’indicazione chiara. E prima lo fanno, meglio è, perché tutto questo deve essere preparato e strutturato. E siccome la bella stagione è alle porte, sarebbe opportuno poterla sfruttare al massimo e in sicurezza, creando delle sinergie che possono essere d’aiuto anche ad altri settori. Perché non studiare un piano di filiera, un piano organizzato, sinergico all’interno di tutta l’attività produttiva? Noi siamo disponibili a fare in modo di creare un ammortizzatore per consentire a tutti una prima ripartenza, unendo le forze e le peculiarità di operatori di settori diversi”.
Perché la crisi del settore vino se nei supermercati sta andando a ruba?
“Il settore vino lo abbiamo diviso in due fasce. La prima è la fascia che produce vino più livellato, più prêt-à-porter, da consumo quotidiano. Funziona, perché abbiamo visto che la grande distribuzione sta acquistando e sta avendo numeri a due cifre per quanto riguarda i livelli di consumo. Ovviamente il vino che sta avendo una battuta d’arresto è quel vino di altissima qualità, e noi ne abbiamo tanto, anche a livello locale, in seguito alla chiusura della Piattaforma Horeca della ristorazione, accoglienza e turismo, contesti in cui si consumavano più facilmente bottiglie di vino costoso in compagnia rispetto a casa”.
Come si stanno comportando, invece, le aziende agricole?
“Ci sono dei settori che sono trainanti e altri che stanno tirando un pochino di meno, ad esempio gli ortaggi di pregio, i carciofi o gli asparagi, che hanno un livello di prezzo che sta nella fascia più alta. Ovviamente per venderli, adesso è il periodo vocato, bisogna abbassare il prezzo e automaticamente viene abbassato il prezzo all’agricoltore”.
Quali sono le aree della provincia che ne stanno risentendo di più in questo periodo dell’anno?
“Ovviamente il litorale, dove abbiamo una coltivazione in pieno campo di ortaggi in genere, mentre la coltivazione dell’asparago è a Canino, dove c’è anche una festa dedicata agli asparagi”.
Il mercato ortofrutticolo di Fondi sta funzionando?
“Sta funzionando però con delle referenze diverse, nel senso, ad esempio, che va il cavolfiore. Vanno, in generale, i prodotti ‘poveri’, che riescono a essere cucinati in maniera facile, veloce e che con pochi euro si riescono a comprare in grandi quantità. Perché chi va prima in crisi sono le merci più costose, e qui torniamo al carciofo di Tarquinia e all’asparago di Canino, che per l’appunto stanno soffrendo tanto”.
Nel frattempo si registra un aumento dei prezzi di frutta e verdura. Come si giustifica?
“Intanto, Coronavirus a parte, c’è stato un periodo di siccità che ha penalizzato i produttori. Si sta comunque cercando di tenere molto calmierati i prezzi, anche i prezzi che vengono dati agli agricoltori, perché così facendo riusciamo a tenere la filiera. Se questo non avvenisse, sarebbero gravi problemi sia per i consumatori che per gli agricoltori e gli allevatori. Ecco perché stiamo monitorando il latte bovino, perché non ci siano battute d’arresto e non calino i consumi”.
Un fronte da sempre caldo quello del latte…
“Stanno cambiando un po’ le abitudini, la Piattaforma Horeca è chiusa. Una grandissima parte del latte bovino la sta assorbendo la grande distribuzione. Da questo punto di vista siamo contenti, ma stiamo monitorando perché non venga tolto dagli scaffali il latte fresco e privilegiato per comodità il latte a lunga conservazione, perché il latte fresco dà una grossa mano alle nostre aziende agricole. Quindi cerchiamo di monitorare perché questo stop di bar e ristoranti non vada a pregiudicare le attività delle stalle e contemporaneamente di sponsorizzare i consumi nazionali”.
Non avete anche lanciato una campagna che si chiama “Mangia italiano”?
“Stiamo cercando di fare una campagna di sensibilizzazione a due vie, per quanto riguarda sia la grande distribuzione, sia i consumatori,. Perché, se sostenere la filiera interna in questo momento può sembrare scontato, noi sono venti anni che stiamo promuovendo il mangiare italiano, che dovrebbe diventare un’abitudine, nella fase contingente, anche per uscire dalla crisi. Mangiare italiano significa sicurezza, qualità e aiuto economico alla propria nazione. Non è un consiglio, secondo me, ma un dovere, per tutelare sia le aziende agricole che la salute dei consumatori”.
Silvana Cortignani
