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Parleranno il primo giugno i legali delle 19 parti civili, tra le vittime un avvocato e un carabiniere

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Mafia a Viterbo - I tredici arrestati

Mafia a Viterbo – I tredici arrestati

Viterbo – (sil.co.) – Operazione Erostrato, slittano al primo giugno le discussioni degli avvocati delle 19 presunte vittime di mafia che si sono costituite parti civili.

E’ il processo in corso a Roma, bloccato a causa dell’emergenza Coronavirus e già più volte rinviato, ai dieci imputati cui viene contestata l’associazione di stampo mafioso che hanno scelto di essere giudicati col rito abbreviato davanti al gup Emanuela Attura.

Sono tutti detenuti, in diverse carceri italiane, dal giorno del blitz scattato il 25 gennaio 2019. Tra loro ci sono anche i presunti boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato, difesi dagli avvocati Roberto Afeltra e Giuseppe Di Renzo. C’è poi il pentito Sokol Dervishi, l’ex braccio destro, che con le sue dichiarazioni nell’ambito di un’altra inchiesta ha messo con le spalle al muro i complici di “mafia viterbese”.

Tra le 19 parti civili, oltre a sedici vittime degli attentati e delle intimidazioni dell’organizzazione criminale italo-albanese (tra cui imprenditiri, un avvocato e un carabiniere) spiccano il comune di Viterbo, difeso dall’avvocato Marco Russo, l’associazione antimafia Caponetto e Sos Impresa. Il primo giugno i legali di ciascuno avanzeranno le proprie richieste, poi toccherà alle difese, quindi repliche e sentenza.

L’avvocato che si è costituito parte civile è il presidente della camera penale Roberto Alabiso cui, nel luglio 2017, è stata incendiata la macchina nel giardino della propria abitazione solo per avere assistito una parte offesa in un procedimento contro uno degli imputati. Anche al carabiniere la banda è accusata di avere bruciato una vettura, per ritorsione, a causa delle sue indagini. 

Come detto, il processo, partito in quarta, si è arenato in seguito alle restrizioni anticontagio che hanno colpito anche il settore giustizia. Gli imputati, essendo detenuti, avrebbero potuto chiedere che le udienze venissero celebrate lo stesso, ma i difensori hanno preferito rinunciare. 

Lo scorso 10 febbraio i pm Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci della Dda di Roma hanno chiesto complessivamente 135 anni di reclusione per: Giuseppe “Peppino” Trovato (20 anni di reclusione e 20mila euro di multa), Ismail “Ermal” Rebeshi (20 anni di reclusione e 20mila euro di multa), Spartak “Ricmond” Patozi (16 anni di reclusione e 20mila euro di multa), Shkelzen “Zen” Patozi (14 anni di reclusione e 10mila euro di multa), Gabriele “Gamberone” Laezza (14 anni di reclusione e 16mila euro di multa), Luigi “Gigi” Forieri (12anni e 4 mesi di reclusione), Gazmir “Gas” Gurguri (10 anni e 8 mesi di reclusione), Fouzia “Sofia” Oufir (10 anni e 8 mesi di reclusione e 10mila euro di multa), Martina Guadagno (9 anni e 4 mesi di reclusione) e il pentito Sokol “Codino” Dervishi (8 anni di reclusione). Alle pene vanno aggiunti tre anni di libertà vigilata per Trovato, Rebeshi, Forieri, Gurguri, Laezza e Spartak Patozi.

Minimo delle attenuanti per il pentito Sokol “Codino” Dervishi, l’operaio albanese di 34 anni residente a Viterbo, diventato collaboratore di giustizia mentre era ristretto nel supercarcere di Nuoro e trasferito nella casa circondariale di Paliano, in provincia di Frosinone, una volta entrato nel programma di protezione assieme alla sua famiglia. Per lui, nonostante la collaborazione, l’accusa ha comunque chiesto 8 anni, anche se si tratta della pena più bassa, inferiore anche a quelle chieste per le due donne (9,4 anni per Martina Guadagno e 10,8 anni per Fouzia Oufir).

Bloccato dal Covid, nel frattempo, anche il processo col rito ordinario iniziato il 9 marzo scorso davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone agli altri arrestati nel blitz messo a segno l’anno scorso dai carabinieri. Sono gli unici cui viene contestata la sola aggravante del metodo mafioso: il parrucchiere trentenne Mauel Pecci, titolare di un salone di bellezza in via Maria Santissima Liberatrice; l’artigiano Emanuele “Lele” Erasmi, 51enne, di Bagnaia; e l’unico romeno, Ionel Pavel, 36 anni, operaio di Canepina.


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