Viterbo – “Stiamo sistemando il chiostro, aspettiamo disposizioni dalla Cei per celebrare le messe all’aperto”. Don Egidio Bongiorni, parroco dell’Ellera-Paradiso, racconta la vita della sua comunità in questo periodo di emergenza da Coronavirus. Le disposizioni del governo prevedono la sospensione delle cerimonie religiose e civili. Impossibile, in questo momento, celebrare anche i funerali. Qualche cambiamento dal 4 maggio, ma solo per quanto riguarda le cerimonie funebri. Per ora quindi le messe continueranno via streaming o in tv.
“Sono in costante contatto telefonico con la comunità – ha spiegato Don Egidio – e posso dire che alle persone manca condividere e partecipare alla messa. Allo stesso tempo però la gente è disposta al sacrificio se in gioco c’è la salute e il bene della comunità”.
A intervenire sulla sospensione delle messe la Conferenza episcopale italiana. In un comunicato la Cei ha parlato di “compromesso esercizio della libertà di culto”. Parole che hanno sottolineato una contrapposizione con il governo e a cui sono seguite quelle di papa Francesco. Bergoglio ha chiesto espressamente ai fedeli “di obbedire alle disposizioni per evitare il ritorno della pandemia”.
E così dopo le polemiche l’esecutivo sta pensando a un nuovo protocollo con i vescovi italiani per tornare a celebrare le messe in tutta sicurezza. L’ipotesi è quella di ripartire dall’11 maggio con le messe all’aperto. Solo successivamente le celebrazioni al chiuso, all’interno delle chiese.
E la parrocchia dell’Ellera e del Paradiso si prepara. “Aspettiamo disposizioni dalla Cei, ma intanto stiamo sistemando il chiostro e posizioniamo le sedie alla giusta distanza di sicurezza. Sarebbe bello poter celebrare la messa all’aperto”.
Crede che la decisione del governo di posticipare la celebrazione delle messe con i fedeli sia rigida oppure necessaria per cercare di tutelare la salute della comunità?
“Posso dire, dalle telefonate che ricevo, che la gente sente la mancanza dell’eucarestia e della partecipazione alla messa, soprattutto quella della domenica. Manca la preghiera comunitaria, il ritrovarsi insieme e il pane della parola. Certo le celebrazioni possono essere seguite in tv o via streaming, ma la gente mi dice che ‘la comunità è un’altra cosa’. Allo stesso tempo però c’è molta comprensione per il momento che stiamo vivendo e anche molta responsabilità. Le persone mi confidano infatti che sono disposte ancora a fare sacrifici e a rinunciare alla comunità se è per il bene di tutti”.
Qual è il consiglio per la comunità in questo momento di emergenza?
“All’inizio di questo complicato periodo ho distribuito in chiesa una preghiera che ancora oggi è disponibile sui tavoli in fondo alla chiesa. Io consiglio di leggere quella preghiera e rivolgersi al Crocefisso del Paradiso, che dicono sia miracoloso. E’ importante pregare anche a distanza perché Dio protegga la nostra comunità dalla pandemia. Quando le persone mi chiamano mi dicono che il recitare questa preghiera li fa sentire vicini e appartenenti alla comunità. E poi c’è la possibilità di seguire la messa in tv o sui social. Mi sento di dire loro di continuare in questa direzione”.
I contatti con la comunità sono quindi continui e costanti?
“Ricevo tantissime telefonate. E di questo sono stato anche un po’ sorpreso. Devo dire che nella comunità c’è un costante contatto. Le persone mi chiamano, mi chiedono come sto, poi parliamo e li ascolto. La gente ha bisogno di parlare e essere ascoltata. Il pensiero comune è la volontà di tornare a incontrarsi”.
La comunità dell’Ellera e del Paradiso non si è comunque fermata?
“Assolutamente no. Il centro Caritas parrocchiale è sempre aperto. E per questo devo dire grazie ai 10 papà che mi aiutano, con le dovute precauzioni, a proseguire con l’apertura. Poi la chiesa, sia quella dell’Ellera che del Paradiso, è sempre aperta tutte le mattina e qualche ora anche il pomeriggio”.
La comunità è costituita anche dai bambini. Come viene mantenuto il dialogo con loro?
“Da quando è iniziata la pandemia le catechiste si sono organizzate con un gruppo su WhatsApp e continuano il dialogo con i bambini e i ragazzi della parrocchia. Li seguono affidandogli anche dei compiti, dei testi da leggere. Spesso forniscono loro anche una spiegazione delle diverse letture. Poi la sera della domenica alle 19 suonano le campane e le famiglie recitano insieme a casa la preghiera rivolta al Crocifisso. Io faccio lo stesso, alla stessa ora in chiesa”.
Lei visita sempre i malati in clinica?
“Se mi chiamano, porto l’eucarestia nella clinica. Ovviamente con tutte le precauzioni del caso, come mascherine e guanti. Gli ammalati soffrono molto e io vado per dare loro conforto. Poi quando mi chiamano, porto la comunione anche a casa. Mi fermo poco, ma vado. Sempre con tutte le precauzioni. Siamo comunque in attesa che la Cei comunichi le disposizioni per riprendere piano piano tutte le nostre attività pastorali”.
Crede che le misure restrittive saranno allentate a breve?
“In questi giorni il gruppo degli scout e alcuni papà stanno sistemando il pratino del chiostro e i vasi dei fiori. Aspettiamo disposizioni, ma intanto posizioniamo anche qualche sedia alla giusta distanza di sicurezza. Sarebbe bello poter celebrare la messa lì nel chiostro all’aperto. Stiamo aspettando l’autorizzazione della conferenza episcopale italiana, e quindi del nostro vescovo, in accordo con il governo”.
Maurizia Marcoaldi


