Viterbo – Chi si meraviglia che i comandamenti di Mosè sarebbero solo dieci rispetto ai duecentocinquatasei dell’ultimo decreto Conte per la terra promessa del rilancio, dimentica che pure Mosè ebbe una quarantena, anzi due e che a legger bene i sacri testi le sue disposizioni erano almeno 613.
Perciò il premier non sarà Churchill, al quale si paragona e il suo predecessore più antico non fu più sintetico come ci fanno credere. Anche lui si allargò nelle prescrizioni, ma aveva alle spalle Jahvè e non Matteo Renzi o Vito Crimi.
Chissà che Conte non lo abbia voluto imitare con questo volume di cinquecento pagine nelle quali lui – non indicato dal popolo, a capo di una maggioranza che stando ai sondaggi lo sarebbe soltanto in parlamento cioè tra gli eletti, molti per caso, e non nella gente, con una governo comunque traballante – ha preso la palla al balzo dell’emergenza sanitaria e della abiura da parte dell’Europa delle sue costrizioni, per riscrivere grandissima parte delle regole del nostro vivere insieme.
Per di più utilizzando la forma del decreto legge in cui ogni disposizione dovrebbe essere, per dettato costituzionale, pienamente urgente e che ha tempi strettissimi di approvazione in parlamento, sessanta giorni.
Come si può garantire analisi ponderata, dibattito serio e giudizio sereno su 256 articoli comportanti tra l’altro debiti enormi da accollare a ognuno di noi, in tali tempi e da parte di ben 945 eletti più i senatori a vita?
Ne va non solo della salute fisica ed economica minate dal Covid ma dell’intero sistema economico, produttivo e sociale futuro, considerato che partendo dall’emergenza epidemia il governo, autonomamente, va ad affrontare tante, in pratica tutte, materie ognuna delle quali avrebbe bisogno di esame approfondito e specifico: perfino società quotate e aumenti di capitale, trasporti di Taranto e tratte ferroviarie – niente per la Tuscia – reclutamento di marescialli e ordinamento militare, costituzione di una società sostanzialmente privata presso Cassa Depositi con in pancia immobili pubblici, giornali e tv, Alitalia e compagnie aeree, autostrade – con quanto di delicato il tema comporta – vigili del fuoco, progetto strade sicure e poi concorsi, lavoro, previdenza, giustizia, sport, informatica, turismo cultura, enti pubblici vari e chi più ne ha più ne metta.
Con il particolare che l’attuazione di molte disposizioni rimandano ad altre che saranno di competenza dei soliti poteri complicati e complicanti, la burocrazia il vero e imponente vitello d’oro che incombe, ancora vincente.
Sorprende quindi che imprese, professionisti, artigiani, lavoratori non siano soddisfatti?
Le nonne dicevano che non è vero che tutto fa brodo e che chi troppo vuole… Intanto a non stringere, purtroppo, sono tanti cittadini e imprese. Dura minga!
Renzo Trappolini
