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“Ho visto l’orrore del virus, nei giorni del picco moriva un paziente su cinque”

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Valerio Mecarocci

Valerio Mecarocci

Milano – Un po’ di respiro dopo quasi due mesi d’inferno. Valerio Mecarocci, medico 34enne di Civita Castellana in servizio nel reparto Covid dell’ospedale San Donato di Milano, si gode il primo maggio a casa con la moglie Valeria, che gli è rimasta accanto durante tutta l’emergenza, e alla vigilia dell’entrata in vigore della Fase 2 ripercorre i giorni più drammatici del contagio. Quelli in cui, per dirla con le sue parole, “in ospedale c’erano 600 persone ricoverate e un paziente su cinque moriva”.

Qual è la sua specializzazione?
“Sono un cardiologo aritmologo, ma durante l’emergenza sono passato volontariamente nell’unità di terapia intensiva Covid”.

Perché questa scelta?
“Perché tanti colleghi si erano infettati e l’organico dei medici disponibili era andato in sofferenza. Dato che durante la scuola di specializzazione ho fatto esperienze in terapia intensiva, mi sono offerto di sostituire i colleghi assenti: in quel momento mancavano 6 anestesisti, tutti per Coronavirus”.

Lei è stato contagiato?
“No, né io né mia moglie Valeria. Anzi, a lei va un ringraziamento enorme, perché all’inizio dell’epidemia, prima ancora che il governo emanasse i decreti restrittivi, ha scelto di rimanere al mio fianco e non tornare a Roma, sebbene io stesso le avessi suggerito di farlo”.

Come ha reagito a fine febbraio, quando arrivò la notizia del primo caso accertato di Covid in Italia a Codogno?
“Codogno è a 30 chilometri da dove viviamo noi, per cui tra colleghi abbiamo subito capito che il nemico era arrivato a Milano. Non poteva essere una cosa circoscritta alle sole province confinanti: era chiaro che c’eravamo dentro anche noi e bisognava prepararsi alla battaglia”.

La task force della regione Lombardia ha detto che, in realtà, il virus circolava a Milano e nelle altre province già da gennaio. Lei a suo tempo aveva avuto sensazioni che stesse succedendo qualcosa di strano?
“Sia io che i colleghi avevamo notato che l’influenza stagionale era arrivata al suo picco prima del solito e con caratteristiche cliniche diverse. Incontravo continuamente persone con tosse e febbre. A posteriori abbiamo capito che quello era il virus, che stava già circolando molto prima dell’accertamento del caso di Codogno. La ricerca della task force ha detto che a fine gennaio l’indice di contagio era già a 2, cioè ogni contagiato infettava altre due persone. E va detto che l’80% dei contagiati sono asintomatici, il che significa che, ben prima delle ordinanze restrittive, tantissime persone hanno fatto circolare il virus a loro insaputa, producendo un effetto a cascata devastante per il sistema sanitario. La Lombardia è stata così colpita perché si è accorta del virus quando era già fuori controllo: vedendo il nostro caso, le altre regioni sono riuscite a prepararsi in anticipo e a salvarsi”.

Secondo lei è stato fatto qualche errore in Lombardia?
“La situazione che si è creata non era preventivabile e forse è stata sottovalutata all’inizio, almeno dal punto di vista epidemiologico. Però io posso solo dire di aver visto fino a dove può spingersi la solidarietà e il senso del dovere di un essere umano nel momento del bisogno. Il primo turno che ho fatto nel reparto Covid è stato così orribile che non sono riuscito a tornare a casa: invece di salire in macchina e andare via ho sentito qualcosa dentro che mi ha spinto a tornare in ospedale e rimettermi in servizio. E quando sono rientrato ho trovato la collega con cui avevo condiviso il turno, che anche lei aveva fatto la mia stessa scelta di restare. Tra medici, infermieri, operatori sanitari e farmacisti abbiamo contato migliaia d’infetti e centinaia di morti, ma non chiamateci eroi: è stato solo senso del dovere. Però, adesso che entriamo nella Fase 2, evitiamo di vanificare il sacrificio che è stato fatto e tornare nel baratro del contagio”.

C’è stato un momento, nei giorni più difficili, in cui ha temuto che il sistema sanitario non avrebbe retto?
“L’ho temuto per 20 giorni di fila. Dal 10 marzo fino alla fine del mese, siamo stati costretti tutti i giorni a fare scelte molto dolorose, prese in prima persona o collegialmente, su chi assistere e chi non assistere. La regione ha raddoppiato i posti in terapia intensiva, ma le risorse erano comunque al limite e abbiamo dovuto seguire un codice di condotta terapeutica emesso apposta per l’emergenza, in cui venivano stabiliti i criteri per decidere chi intubare e chi no in caso di carenza di materiale. E questa cosa, ripeto, è accaduta tutti i giorni per 20 giorni”.

Dall’inizio dell’emergenza a oggi avete imparato a conoscere il virus?
“Sicuramente abbiamo idee molto più chiare sul decorso della malattia. Innanzitutto sappiamo che i casi sintomatici sono solo il 20% del totale. Poi abbiamo imparato a distinguere tra due fasi della malattia: nella prima si accusano sintomi del tutto simili all’influenza; il secondo step, circa una settimana dopo l’insorgenza della febbre, avviene quando l’organismo, per cercare di difendersi dall’infezione, scatena una risposta infiammatoria che può arrivare fino a distruggere i polmoni. Un po’ come se un esercito cominciasse a bombardare ovunque per colpire un nemico che non riconosce. Il Covid è una malattia che provoca danni a diversi organi, ma la morte, di fatto, avviene per soffocamento. Quello che continua a mancare è un farmaco specifico, per cui bisogna assolutamente fare attenzione a evitare i rischi di contagio”.

Quant’è alto il tasso di mortalità nel suo ospedale?
“Adesso è calato, ma nei momenti di maggior crisi è arrivato anche al 20%. In altre parole: su cinque pazienti che entravano in ospedale, uno non ce la faceva. Va inoltre precisato che il tasso di mortalità è più elevato sugli anziani, ma abbiamo ricoverato anche tanti giovani. Nei giorni più duri c’erano 600 persone ricoverate. Oggi siamo scesi a 30”.

In questo periodo ha tenuto contatti con Civita Castellana?
“Mia madre Rosa mi scriveva tutti i giorni di stare attento. Ha vissuto con grande preoccupazione quest’emergenza, ed è comprensibile, visto che aveva un figlio impegnato in prima linea. Dev’essere stato davvero difficile per lei farsi forza e convivere con quest’ansia. Per il resto ho avuto contatti praticamente quotidiani con colleghi e cittadini di Civita Castellana e all’inizio dell’emergenza ho anche telefonato al sindaco Caprioli: gli ho spiegato com’era la situazione qui a Milano, in modo che avesse più informazioni per prepararsi a fronteggiare l’arrivo del virus”.

Alessandro Castellani


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