Menlo Park (California) – Le proteste contro il razzismo colpiscono anche i social media ed è subito crisi di pubblicità per Facebook. È infatti partita da qualche settimana la campagna “Stop hate for profit”, che ha messo nel mirino il social più diffuso al mondo.
L’obiettivo è quello di spingere aziende e multinazionali a interrompere i loro investimenti pubblicitari su Facebook, problema non da poco per il social network il cui modello di business si basa quasi interamente sugli introiti dell’advertising. La piattaforma di Mark Zuckerberg è accusata di non aver rimosso una serie di post controversi del presidente Trump sulle proteste negli Stati Uniti che hanno seguito la morte di George Floyd.
“Sappiamo cosa ha fatto Facebook – si legge sul sito di “Stop hate for profit” -. Hanno permesso gli incitamenti alla violenza contro i manifestanti che lottano per la giustizia razziale in America sulla scia di George Floyd, Breonna Taylor, Tony McDade, Ahmaud Arbery, Rayshard Brooks e molti altri. Mandiamo un messaggio forte a Facebook: i tuoi profitti non varranno mai la pena di promuovere l’odio, il bigottismo, il razzismo, l’antisemitismo e la violenza”.
In molti si sono uniti alla campagna. Colossi come Patagonia, Unilever, Verizon, The North Face e Coca Cola hanno deciso di boicottare Facebook, tanto che l’azienda lo scorso venerdì ha registrato in borsa un crollo delle proprie azioni dell’8,3 per cento, vale a dire 7 miliardi di dollari in meno per Mark Zuckerberg.
In risposta, il creatore di Facebook ha annunciato ieri sul suo profilo che la piattaforma sta lavorando a un cambiamento delle policy interne. Mark Zuckerberg ha scritto in un lungo post: “Mi oppongo contro l’odio o qualsiasi altra cosa inciti alla violenza o alla soppressione del voto, e ci impegniamo a rimuoverlo ovunque indipendentemente da dove provenga”.
