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“Se la perizia dirà che l’assassino è un pazzo, vogliamo sapere perché stava in cella con Delfino”

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Viterbo - Omicidio a Mammagialla - La vittima: Giovanni Delfino

La vittima – Giovanni Delfino

Lo psichiatra Giovanni Battista Traverso

Lo psichiatra Giovanni Battista Traverso

Viterbo - Il procuratore capo Paolo Auriemma

Il procuratore capo Paolo Auriemma

L'avvocato di Liberati, Antonio Maria Carlevaro

Il difensore Antonio Maria Carlevaro

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

Viterbo – “Se il detenuto che ha ucciso Giovanni Delfino è un pazzo, vogliamo sapere chi lo ha messo nella stessa cella. Serve un processo bis per fare chiarezza sulla tragica morte di nostro padre”.

Lo ribadiscono i familiari della vittima, il detenuto 61enne viterbese massacrato a colpi di sgabello la sera del 29 marzo 2019, che hanno sporto denuncia contro i vertici della casa circondariale di Mammagialla, l’allora direttore e il comandante della polizia penitenziaria. L’inchiesta, per quanto ne sanno, non è ancora chiusa. Intanto ieri il professor Giovanni Battista Traverso ha visitato Singh Khajan in tribunale.

Il processo all’omicida reo confesso, il 35enne indiano Singh Khajan difeso dall’avvocato Antonio Maria Carlevaro, è ripreso ieri davanti al procuratore capo Paolo Auriemma e alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone che ha dato incarico al professor Giovanni Battista Traverso e alla figlia Simona, anche lei psichiatra, di completare in tribunale, a partire dalle ore 11 (alla presenza dell’interprete di lingua punjub nominata dal tribunale e di una traduttrice di parte) la perizia sull’imputato, detenuto da 15 mesi nel carcere romano di Rebibbia.

A causa dell’emergenza Coronavirus non era stato infatti possibile completare la consulenza, iniziata il 19 febbraio scorso e poi bloccata a causa delle disposizioni anticontagio che riguardano anche gli istituti di pena. Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 27 ottobre, quando saranno illustrate le conclusione dei periti.

In caso di totale vizio di mente e pericolosità sociale, per Singh Khajan il processo potrebbe concludersi con un non luogo a procedere, la scarcerazione e l’invio presso una Rems o strutture similari per le cure del caso. Altri soggetti però, come chiede la famiglia di Delfino, potrebbero finire sul banco degli imputati per la stessa vicenda.

“Se, come sembra, era già nota la pericolosità dell’omicida di nostro padre, tanto da suggerirne la ‘grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere’, come sgabelli, accendini, lamette e similari, vogliamo sapere chi e perché non abbia preso adeguati provvedimenti”, ribadiscono i familiari della vittima. 

“Non ci risulta che l’inchiesta parallela aperta dalla procura nella persona del pubblico ministero Franco Pacifici sia stata ancora chiusa, non sappiamo di avvisi di fine indagine, ma nell’attesa noi ribadiamo che se l’omicida del povero Giovanni doveva stare, come sembra, in isolamento, ci devono per forza essere delle responsabilità precise, sulle quali la famiglia pretende che venga fatta chiarezza nel corso di un altro apposito processo. Se, come crediamo, dalla perizia disposta in questo processo emergeranno un totale vizio di mente dell’imputato e la sua pericolosità sociale, allora ci aspettiamo che si cerchi chi, all’interno del carcere, avrebbe potuto e dovuto evitare questa tragedia”, ha ribadito, a margine dell’udienza l’avvocato ddi parte civile Carmelo Antonio Pirrone.  

Nel frattempo, da ieri, la stampa che si occupa di cronaca giudiziaria, una delle parti del processo penale secondo i dettami costituzionali, ha potuto per la prima volta fare rientro in aula dopo oltre tre mesi dal lockdown scattato l’11 marzo 2020 per via della pandemia di Coronavirus. Ovviamente nel rispetto delle norme relative al distanziamento e all’obbligo di indossare la mascherina. 

Silvana Cortignani


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