Viterbo – La Guardia di finanza ha celebrato il 246esimo anniversario della sua fondazione. Un’occasione per ripercorrere anche quanto fatto nel 2019 e tracciare un primo bilancio delle attività svolte nell’anno in corso, inevitabilmente condizionato dal Covid. Un virus che non ha risparmiato neppure le fiamme gialle della Tuscia (quattro i contagiati), pure loro in prima linea dall’inizio dell’emergenza. Ma, nonostante tutto, la pandemia non ha impedito alla Guardia di finanza di Viterbo di continuare a tutelare la sicurezza economica e finanziaria del territorio. “Durante il lockdown – rivendica il comandante provinciale Andrea Pecorari – abbiamo fatto sequestri per oltre 30 milioni di euro”.
Colonnello, anche per le fiamme gialle il Covid ha comportato un aumento dei servizi su strada. Soprattutto per le verifiche sulle autocertificazioni…
“Per il nostro corpo si è trattata di una nuova tipologia di lavoro, che all’inizio è stata tecnicamente un po’ difficile. Ma tra le mie donne e i miei uomini c’è stato chi, nonostante la pandemia, ha espressamente chiesto di essere messo in pattuglia per strada. Il loro entusiasmo è per me motivo di orgoglio, perché hanno sentito la necessità di esserci. Non potevamo lasciare le strade deserte. Era diventato fondamentale anche solo farsi vedere. Nella Tuscia il rispetto delle limitazioni non è mai stato un problema, la cittadinanza ha dato un’ottima prova di consapevolezza”.
Avete controllato pure l’adeguatezza e il prezzo dei dispositivi di protezione individuale…
“I sequestri sono stati diversi, ma mai di grandi stock. Nella stragrande maggioranza dei casi ci siamo trovati di fronte ad esercenti che in buona fede avevano acquistato le mascherine, che avevano una documentazione che lasciava intendere che fossero in regola quando in realtà non lo erano, e le avevano messe sul mercato. Abbiamo così risalito la filiera, fino ad arrivare al deposito dell’importatore che però non era nella Tuscia. Qui ci sono state attività e imprese che hanno convertito la produzione ordinaria in quella di mascherine. Le abbiamo controllate tutte e tutte sono in regola”.
Ora, finito il lockdown, state monitorando anche i prezzi dei beni di uso comune? È già stato registrato qualcosa in tal senso o comunque c’è il rischio che ciò possa accadere…?
“I controlli sui rincari ci sono, ma le sanzioni possono essere applicate solo se il prezzo di vendita è sproporzionato rispetto a quello di acquisto. Ad ora non ci sono stati casi di questo tipo, anche perché una certa divaricazione è comprensibile. Stiamo pure verificando che negli esercizi aperti al pubblico e nelle aziende vengano rispettate le norme anti-Covid: anche in questo caso le sanzioni elevate sono poche”.
C’è stata una diminuzione dei reati durante il lockdown?
“Sì, enormemente. In questo periodo abbiamo comunque concluso delle indagini iniziate nei mesi precedenti, facendo tre sequestri che complessivamente hanno superato i 30 milioni di euro”.
Fra questi c’è quello di tre milioni di euro a un uomo ritenuto connivente di clan mafiosi quali i Vadalà e i Casamonica. Perché la Tuscia sembra essere così appetibili per la commissione di reati quali, ad esempio, l’usura, il riciclaggio, lo spaccio?
“Lo è qualsiasi provincia, soprattuto quelle in cui non esistono fenomeni endemici di criminalità organizzata. La provincia di Viterbo non è da annoverare tra quelle particolarmente vulnerabili: non c’è una forte patrimonializzazione della criminalità. Tra una famiglia mafiosa e il territorio di penetrazione, purtroppo, non esistono particolari anticorpi che possano opporre resistenza: c’è la cittadinanza, le forze di polizia e la magistratura”.
Dopo il lockdown avete registrato o temete un interesse della criminalità nelle attività commerciali e produttive?
“Il rischio c’è, ma ad oggi non abbiamo evidenze di questo tipo. Bisogna però fare attenzione, anche perché ciò che viene elargito oggi dalla criminalità poi si paga con gli interessi. E non solo in termini economici ma pure con la propria libertà”.
La Tuscia è vulnerabile da questo punto di vista?
“Non particolarmente, ma è certamente appetibile. Sta a noi renderla appetibile il meno possibile, anche con la collaborazione di chi ci vive e ci lavora”.
Negli ultimi tempi sembra essere nata una nuova figura: quella dei furbetti del reddito di cittadinanza…
“Pure in questo senso abbiamo fatto verifiche significative. Ma non abbiamo riscontrato più di una quindicina di casi, alcuni dei quali già segnalati alla magistratura”.
La Guardia di finanza tutela anche il made in Italy. La Tuscia ha, ad esempio, l’olio e la castagna dop o la patata igp. Ci sono prodotti del territorio che vengono contraffati?
“Questo settore è molto variabile e in estrema evoluzione. Fino ad oggi, però, non sembra che ci siano attività di contraffazione per sfruttare marchi riconducibili alla Tuscia”.
Sta per iniziare la stagione estiva. Cosa vi aspetta?
“Le nostre priorità sono essenzialmente tre. Lotta alle grandi frodi tributarie e fiscali, che vengono perpetrate con fatturazioni e documenti contraffatti o con operazioni inesistenti che inquinano l’economia e non permettono la ripartenza dopo il lockdown. Poi i controlli sulla spesa pubblica: arriveranno, sotto varie forme, benefici e finanziamenti e bisogna essere certi che vengano utilizzati da chi ne ha diritto e con le modalità previste dalla legge. Infine dobbiamo prestare attenzione alla possibile infiltrazione della criminalità nelle attività economiche sane”.
Raffaele Strocchia
