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Viterbo – Mafia viterbese, al posto del movente mafioso spunta il movente amoroso. Ieri a Roma è stata la volta dei difensori del pentito Sokol Dervishi, di Shkelzen Patozi, Luigi Forieri, Gabriele Laezza e Martina Guadagno. Solo il difensore di Spartak Patozi aveva già discusso all’udienza di lunedì, dopo gli avvocati delle 19 parti civili, tra cui il Comune di Viterbo, che ha chiesto mezzo milione di provvisionale.
Il boss Giuseppe Trovato sarebbe stato geloso di Roberto Grazini che frequentava una sua ex e per questo la notte tra il 7 e l’8 gennaio 2018 sarebbe andato con Gabriele Laezza e Shkelzen Patozi a dare fuoco ai camion della sua ditta di traslochi. Peraltro rimanendo ustionato e non riuscendo a portare a termine il “lavoro”.
Dietro l’attentato incendiario che ha distrutto per sbaglio anche il furgone di un cinese e uno dei quattro camion della ditta di traslochi di Roberto Grazini, parcheggiati a piazzale Porsenna nel quartiere di Santa Barbara, ci sarebbe un movente passionale. Almeno secondo la difesa del presunto concorrente interessato a nuocere alla vittima, ovvero l’imputato Gabriele Laezza, accusato di essere tra i partecipi dell’associazione mafiosa.
Il 32enne viterbese, conosciuto in città col soprannome di Gamberone, per cui l’accusa ha chiesto una condanna a 14 anni di reclusione, sempre secondo la difesa, non avrebbe nulla a che fare con la ditta di traslochi del padre e nella vita farebbe l’agricoltore. Per l’accusa sarebbe lui, invece, il gestore di fatto dell’impresa di famiglia.
A ulteriore sostegno dell’estraneità di Laezza, ancora secondo la difesa, ci sarebbero anche le rivelazioni al pm Fabrizio Tucci dal pentito Sokol Dervishi, il 34enne albanese considerato il braccio destro dei vertici del sodalizio Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi.
“Questo dei traslochi, Grazini, stava con una ragazza che frequentava prima anche Giuseppe, penso che è stato il motivo”, ha detto Dervishi quando ha deciso di diventare collaboratore di giustizia.
Per i pubblici ministeri il movente è lo stesso dei compro oro e dei locali da ballo: sbaragliare la concorrenza costringendo a forza di attentati incendiari e azioni intimidatorie gli imprenditori, più o meno consapevoli e recalcitranti, a chiudere bottega e cambiare mestiere, lasciando campo libero al sodalizio.
“La mafia a Viterbo? Un’avventurosa ipotesi del pm”
Tutti i difensori hanno contestato la sussistenza dell’associazione mafiosa e la mancanza di assoggettamento in stato di omertà per la “mancanza di un gruppo criminale di autentico prestigio e di fama, tale da poter incutere quello stato di soggezione e di omertà tipico dell’associazione mafiosa”.
Un esempio. Il barista Luigi Forieri, all’epoca titolare del bar di via Genova, ritenuto il ritrovo dei sodali? Ma quale spessore criminale? Soltanto un chiacchierone, secondo la difesa.
“Qui abbiamo la totale insussistenza dell’elemento mafioso”, sottolinea l’avvocato Giovanni Labate, che assiste Shkelzen Patozi.
“Viterbo non ha mai conosciuto e fortunatamente non conoscerò mai la mafia, si tratta di una avventurosa ipotesi del pubblico ministero”, prosegue il legale.
“Tant’è che spesso abbiamo intercettazioni senza alcun riscontro oggettivo, equivocate nel loro contenuto, collocando da un punto di vista spazio-temporale alcuni soggetti anziché altri, dettati dalla confusione degli organi della polizia giudiziaria. Confidiamo in una attenta valutazione da parte del giudice”, la conclusione.
“Nessuna tentata estorsione a Piero Camilli”
“Nessuna tentata estorsione aggravata, un mero atto preparatorio”, secondo il difensore di Shkelzen Patozi, per l’appunto Labate. Si è parlato anche dell’imprenditore Piero Camilli, una delle 19 parti offese che si sono costituite parte civile nel processo in corso a Roma col rito abbreviato contro i presunti componenti dell’organizzazione criminale italo-albanese sgominata con i tredici arresti dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019, dieci dei quali accusati di associazione di stampo mafioso davanti al gup capitolino Emanuela Attura.
“Il solo sopralluogo non è sufficiente ad integrare il tentativo punibile trattandosi di fase ideativa che anticipa la soglia di punibilità”, secondo l’avvocato Giovanni Labate, che assiste Shkelzen Patozi, per cui l’accusa ha chiesto 16 anni. E’ il fratello di Spartak, per cui invece sono stati chiesti 14 anni.
Era il 2017. Camilli avrebbe chiesto a un suo dipendente sardo pregiudicato di intervenire su una famiglia di allevatori d’origine calabrese locataria di un suo terreno di cui non veniva pagato da tempo l’affitto. Il sardo, a sua volta, si sarebbe rivolto a un altro pregiudicato d’origine napoletana, il quale avrebbe contattato Giuseppe Trovato che, viste le comuni origini calabresi, avrebbe risolto il “problema” facendo leva sui suoi legami personali con la ‘ndrangheta.
Secondo il pentito Sokol Dervishi, Trovato, successivamente, piombandogli in azienda senza preavviso, avrebbe provato inutilmente a chiedere un “ringraziamento” a Camilli, che non si sarebbe fatto più trovare. “Questi qua mi hanno fatto del male e devono pagare”, avrebbe detto Trovato al solito Dervishi, parlando di Camilli e del figlio, cui voleva fare un attentato anche per il padre.
Nel frattempo era la primavera del 2018. “Gli voleva mettere le teste di animali davanti alla casa per farlo impaurire. Voleva bruciare anche la macchina, voleva fare questo, voleva fare quell’altro”. Il 27 aprile di due anni fa Dervishi e Trovato avrebbero effettuato un sopralluogo relativo all’obiettivo da colpire al Paradiso. “Il danno lui lo voleva fare per dispetto, non per chiedere la somma. Voleva fare il danno, non per chiedere i soldi però, per un dispetto suo”, ha detto Dervishi che, avendo avuto da poco una bambina, si sarebbe defilato. E’ finita che non se ne è fatto niente. Anche perché in autunno, a novembre, Rebeshi sarebbe stato arrestato per droga e i sodali hanno capito che era l’inizio della fine. Gli arresti sono scattati a gennaio.
Dopo il weekend l’ultimo round delle difese
Lunedì sarà la volta dei difensori dei boss Trovato (e della compagna Oufir Fouzia) e Rebeshi, gli avvocati Giuseppe Di Renzo e Roberto Afeltra. E anche della difesa dell’imputato Gazmir Gurguri. Sempre l’8 giugno, repliche dei pm permettendo, potrebbe anche essere il giorno della sentenza. Per il processo viterbese a Ionel Pavel, Manuel Pecci e Emanuele Erasmi, si torna in aula il 24 giugno.
Silvana Cortignani






