Viterbo – Ottant’anni di carcere. “Una condanna esemplare” per il sindaco di Viterbo Giovanni Arena, che commenta la sentenza del tribunale di Roma che ha riconosciuto come vera mafia quella della banda italo-albanese di Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. “Abbiamo subito un trauma – dichiara il primo cittadino -, ora però Viterbo è una città sana. Inizialmente siamo stati colti di sorpresa perché non avevamo mai avuto precedenti di questo tipo, ma il tempestivo intervento dei carabinieri e l’immediata reazione dei cittadini hanno stroncato il tentativo di radicarsi di queste associazioni criminali che qui non troveranno mai terreno fertile”.
Per qualche anno però il gruppo era riuscito a fare i propri interessi nella Tuscia. Perché secondo lei?
“Era un’associazione che usava il sistema intimidatorio, che normalmente adopera la mafia, e qualche vittima era riuscita ad intimorirla. Probabilmente non si era capito con chiarezza che dietro alle loro azioni c’era un disegno ben preciso e un unico filo conduttore, ma le loro erano ritenute vendette personali che nulla avevano a che fare con un sistema mafioso”.
Ora ritiene che Viterbo sia cambiata?
“L’indagine dei carabinieri prima e la sentenza del tribunale poi hanno ridato tranquillità alla città. I presupposti affinché qualcun altro ci riprovi non credo ci siano. Nell’eventualità, troveranno una città che si opporrà totalmente”.
Il comune si è costituito parte civile. Perché è stata fatta questa scelta?
“Abbiamo subito un danno fatto di paura e violenza, con dei cittadini che sono stati intimoriti. E siccome il comune rappresenta l’intera collettività, costituirsi parte civile ci è sembrato il minimo che potessimo fare”.
Il tribunale ha riconosciuto al comune un risarcimento di 30mila euro. Come verranno utilizzati questi soldi?
“Rispetto alla nostra richiesta queste sono solo poche migliaia di euro, ma stiamo ancora al primo grado di giudizio. Quando i soldi arriveranno, deciderò con la maggioranza il loro utilizzo. A me piacerebbe che vadano al sociale. Penso a chi soffre ed è in difficoltà o a qualche associazione ed istituto che magari opera con i disabili”.
Raffaele Strocchia

