Viterbo – Riprende oggi, a meno di due settimane dalle condanne per associazione di stampo mafioso di nove imputati su dieci del “filone romano”, il processo col rito ordinario ai due imprenditori viterbesi Manuel Pecci ed Emanuele Erasmi e all’operaio Ionel Pavel.
Sono i tre imputati davanti al collegio del tribunale di Viterbo cui viene contestata la “sola” aggravante del metodo mafioso nell’ambito dei tredici arresti del blitz dell’operazione Erostrato che il 25 gennaio 2019 ha sgominato il presunto sodalizio criminale italo-albanese ai cui vertici c’erano, secondo la Dda di Roma, i boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato.
A distanza di un anno, lo scorso 24 gennaio, tutti e tredici sono stati rinviati a giudizio dal gup di piazzale Clodio.
Il processo “viterbese”, per i soli tre che non hanno scelto l’abbreviato, è entrato nel vivo con le due udienze consecutive del 27 e 28 maggio, quando sono stati sentiti il maggiore Marcello Egidizio, comandante del nucleo investigativo della compagnia carabinieri di Viterbo e alcune delle vittime degli attentati incendiari e azioni intimidatorie contro i gestori di compro oro che hanno caratterizzato il biennio 2017-2018, quando il capoluogo è stato messo a ferro e fuoco dalla banda che secondo l’accusa avrebbe voluto prendere il controllo di attività commerciali e anche del mercato della cocaina.
Una cinquantina le azioni criminali, ripercorse una ad una davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, non perché ascrivibili agli imputati, ma per dimostrare la sussistenza del vincolo associativo di stampo mafioso a carico dei dieci imputati che erano ancora a processo con l’abbreviato davanti al gup Emanuela Attura del tribunale di Roma. Vincolo associativo riconosciuto per l’appunto dalla sentenza di primo grado dell’11 giugno 2020, dal quale discenderebbe il ricorso al metodo mafioso da parte di Pecci, Erasmi e Pavel ad esso strettamente correlato.
Come è noto, solo la commessa viterbese Martina Guadagno, 32 anni, dipendente di uno dei tre compro oro di Trovato, è stata assolta dal 416 bis e condannata a due anni e quattro mesi per il solo reato di favoreggiamento invece che a 9 anni e 4 mesi come chiesto dal pm Fabrizio Tucci. Dopo quasi un anno e mezzo di prigione, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, l’imputata ha ottenuto i domiciliari il giorno successivo alla sentenza.
Lo scorso 11 giugno, con lo sconto di un terzo della pena del rito abbreviato, gli altri nove imputati, cui è stata riconosciuta l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, sono stati condannati:
– Giuseppe Trovato, 13 anni e e 4 mesi (14mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 20 anni (20mila euro di multa).
– Ismail Rebeshi, 12 anni (12mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 20 anni (20mila euro di multa).
– Spartak Patozi, 8 anni e 8 mesi (8mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 16 anni (20mila euro di multa).
– Luigi Forieri, 8 anni e 4 mesi. L’accusa aveva chiesto 12 anni e 4 mesi.
– Gabriele Laezza, 8 anni (6mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 14 anni (16mila euro di multa).
– Shkelzen Patozi, 8 anni (4mila euro di multa), L’accusa aveva chiesto 14 anni (10mila euro di multa).
– Gazmir Gurguri, 7 anni e 4 mesi. L’accusa aveva chiesto 10 anni e 8 mesi.
– Sokol Dervishi, 6 anni. L’accusa aveva chiesto 8 anni.
– Fouzia Oufir, 5 anni e 4 mesi (6mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 10 anni e 8 mesi (10mila euro di multa).
Silvana Cortignani


