Viterbo – “Minchia avete fatto una bella fusione, calabresi e albanesi, la meglio fusione che c’è in tutto il mondo”. In una frase intercettata dagli investigatori, tornata più volte durante l’udienza di ieri del processo ai due imprenditori viterbesi e all’operaio romeno che hanno scelto l’ordinario, il senso del presunto sodalizio criminale di stampo mafioso sgominato a Viterbo con i tredici arresti chiesti dalla Dda di Roma, scattati nel blitz dell’operazione Erostrato messo a segno il 25 gennaio 2019.
Delle contestazioni a Ionel Pavel, Manuel Pecci e Ermanuele Erasmi però ancora non si è parlato. Anche l’udienza di ieri, come le due precedenti, si è concentrata sul modus operandi, la struttura gerarchica, la solidarietà reciproca che, per il pm Fabrizio Tucci dimostrano, a monte, la presenza nel capoluogo, tra il 2017 e il 2018, di una struttura associativa tale da meritare l’appellativo di “mafia viterbese”.
E’ stato inoltre il giorno del controesame, da parte delle difese, del maggiore Marcello Egidio, il comandante del nucleo investigativo della compagnia carabinieri di Viterbo, primo teste del processo, cui è nota ogni sfaccettatura del corposissimo fascicolo dell’inchiesta e delle altrettanto corpose intercettazioni, telefoniche e ambientali, che hanno incastrato i presunti sodali.
E’ il processo in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone (Elisabetta Massini e Roberto Colonnello a latere) in cui sono imputati, oltre al romeno che avrebbe fatto parte della bassa manovalanza, gli altri due dei cinque viterbesi arrestati, quelli cui viene contestata la sola aggravante del metodo mafioso, che secondo l’accusa si sarebbero rivolti all’organizzazione per “risolvere” dei contenziosi civili: il parrucchiere Pecci con un cliente che minacciava denunce per una presunta cattiva prestazione estetica e il falegname Erasmi con uno che invece sarebbe stato in ritardo nel pagare i diecimila euro di una fornitura.
“Una bella fusione di albanesi e calabresi”
“Si autodefinivano ‘una bella fusione di calabresi e albanesi’, diverse vittime hanno fatto riferimento a loro come un gruppo criminale, era una struttura piramidale con ai vertici Trovato e Rebeshi. Cercavano il controllo anche di controversie di natura civilistica, oltre che di alcuni settori imprenditoriali. Mettevano in atto ritorsioni verso chi si frapponeva tra loro e il territorio”, ha risposto il maggiore Egidio all’avvocato Fausto Barili, che con Carlo Taormina difende Pecci. Il legale ha fatto notare come Trovato vivesse a Viterbo dal 2004 e il primo atto intimidatorio contestato a mafia viterbese risalga a ben tredici anni dopo, al 14 gennaio 2017.
“Trovato ha fatto riferimento anche al sindaco Giovanni Arena”
E ancora, sempre rispondendo a Barili: “Oltre che al consigliere comunale Claudio Ubertini – ha proseguito il militare – una volta Trovato ha fatto riferimento anche al sindaco Giovanni Arena, ma non abbiamo trovato riscontri, né su Arena, né su altri politici. Non sono emersi reati contro la pubblica amministrazione e neanche casi di taglieggiamento, a parte le estorsioni partite dai recupero crediti”
“Il boss calabrese e Forieri avevano legami col clan Bonavota”
“Trovato e Foriero avevano legami col clan dei Bonavota, si sono messi a disposizione quando il boss voleva assolutamente recuperare dai cugini di Lamezia Terme i centomila euro prestati per le spese legali di un parente. Anche per la vicenda di Piero Camilli, Trovato rivendicava rapporti con la criminalità organizzata calabrese”, ha spiegato l’ufficiale dell’arma, rispondendo a Barili a proposito dei collegamenti con la ‘ndrangheta.
“A Viterbo una pistola rubata a un sorvegliato speciale di Lamezia Terme”
L’avvocato Giuliano Migliorati, che assiste Erasmi, ha chiesto se oltre ad avere mutuato il metodo mafioso, Trovato abbia ottenuto aiuti concreti dal meridione. “Ha cercato armi e giubbetti antiproiettile dai cugini, che però hanno temporeggiato, come dice per telefono al padre – ha risposto il comandante – ma a settembre 2018 abbiamo trovato a Viterbo una pistola rubata tre anni prima a un sorvegliato speciale di Lamezia Terme”. Il legale ha poi chiesto a Egidio di elencare le presunte parti offese che non hanno sporto denuncia, chiedendo se il movente sia stato la paura o se sia stato appurato dell’altro, come nel caso di un noto pregiudicato del capoluogo, di un pluripregiudicato d’origine campana, di un procacciatore di affari e via dicendo.
L’11 luglio udienza di sabato mattina
In aula c’erano gli imputati Manuel Pecci e Ionel Pavel, difeso dall’avvocato Michele Ranucci. La prossima udienza sarà il 30 giugno, mentre a luglio ne è stata fissata una di sabato, l’11 del mese, per sveltire i tempi del processo, calendarizzato fino al 15 ottobre.
Silvana Cortignani



