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Morte di Sestina, due ex fidanzate pronte a testimoniare contro Andrea Landolfi

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Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri

Giallo di Ronciglione - Il terzo sopralluogo dei Ris - A destra, il pm Franco Pacifici

 Ronciglione – A destra, il pm Franco Pacifici al terzo sopralluogo del Ris del 29 maggio 2019

Giallo di Ronciglione - Le prime immagini della scala da cui Maria Sestina Arcuri è precipitata

Ronciglione – La scala da cui Sestina è precipitata

Giallo di Ronciglione - Le prime immagini della scala da cui Maria Sestina Arcuri è precipitata

Ronciglione – Il camino visto dall’alto della scala 

Daniele Fabrizi e Serena Gasperini

I difensori di Landolfi, Daniele Fabrizi e Serena Gasperini

Nonna Mirella all'entrata del tribunale col difensore Fontana

Nonna Mirella all’entrata del tribunale col difensore Gianluca Fontana

Ronciglione – Giallo di Ronciglione, anche due ex fidanzate di Andrea Landolfi davanti alla corte d’assise per chiarire cosa abbia ucciso Maria Sestina Arcuri, la 26enne di Nocara, in provincia di Cosenza, giunta un paio di anni fa nella capitale col sogno di fare la parrucchiera in un salone prestigioso.

Nell’autunno del 2018 Sestina ha incontrato il pugile 31enne accusato del suo omicidio, avvenuto la notte tra il 3 e il 4 febbraio 2019 a Ronciglione, quando l’avrebbe buttata dalle scale di casa della nonna durante un litigio, provocandole le gravissime lesioni, tra cui una frattura al cranio all’altezza della nuca, per cui la presunta vittima è poi deceduta il 6 febbraio all’ospedale di Belcolle. 

Tra Andrea e Sestina sarebbe stato colpo di fulmine, tanto che la coppia è subito andata a convivere, hanno trascorso le vacanze di Natale a casa della famiglia di lei in Calabria, lui le ha presentato il figlioletto di 5 anni e trascorrevano spesso i weekend nella casa di Ronciglione della nonna, Mirella Iezzi, anche lei indagata nell’ambito della vicenda. 

Poi la tragedia: una caduta accidentale, secondo la difesa, un femminicidio secondo l’accusa, per cui Landolfi avrebbe consapevolmente spinto la ragazza giù dalle scale, tanto da essere imputato di omicidio volontario.

Dopo l’udienza fiume di giovedì, il processo riprende oggi con altri cinque testimoni del pubblico ministero Franco Pacifici.

Tra loro due ex di Andrea Landolfi, una trentenne romana e una 31enne d’origine sudamericana, in merito ai presunti comportamenti violenti dimostrati già in precedenza dall’imputato nei confronti delle fidanzate.

Gli altri testimoni sono invece: una dottoressa in servizio all’ospedale Sant’Anna di Ronciglione, su quanto riferito quella notte in merito al dolore al costato dalla nonna di Landolfi che, a piedi, si allontanò dall’abitazione di via Papirio Serangeli, facendosi poi soccorrere dal genero; due carabinieri, uno del nucleo investigativo del comando provinciale sullo smartphone della vittima e l’altro del nucleo operativo della compagnia di Viterbo sulla documentazione sanitaria della vittima e dell’imputato nonché sull’acquisizione dei file relativi alle registrazioni del racconto del figlio minore. 

Nell’aria ancora l’eco della frase che avrebbe detto Mirella Iezzi, intercettata dopo l’interrogatorio dell’8 marzo 2019 in procura mentre diceva, secondo il consulente della procura Sergio Civino: “Non è vero certo… quando l’ha buttata giù”. Il contesto, anche se non è emerso in aula, sarebbe stato quello dei commenti relativi a una domanda sul sangue che le sarebbe stata posta poco prima, mentre l’81enne perorava la versione della caduta accidentale fornita dal nipote.

Una frase che, per ammissione dello stesso consulente non è stato facile “tradurre”. “Ho esaminato anche se possa avere detto ‘l’ha portata giù’, ma è da escludere”, ha riferito, spiegando di avere esaminato, per la delicatezza del caso, tutte le varie opzioni.

“Quella più vicina era ‘portata’, una parola che però ho escluso poiché, sebbene iniziava con una cosiddetta consonante plosiva, una p o una b, molto simili, nella parte centrale non si può apprezzare l’arrotamento della erre, per cui la parola ‘portata’ è stata esclusa, confermando l’unica possibile che è ‘buttata’”, ha spiegato alla corte d’assise il consulente dell’accusa. 

“Si tratta di una frase estrapolata da un contesto, perché è un’ambientale, che il consulente ha dovuto ‘ripulire’ perché non si comprende. Nella relazione non si fa alcun riferimento al sangue, il dato processuale è un altro, a cosa si riferisca è una interpretazione. Peraltro il sangue Sestina lo perde dopo, per cui di cosa stiamo parlando?”, sottolinea l’avvocato Serena Gasperini che con Daniele Fabrizi assiste l’imputato. Nè le difese, né le parti civili per ora hanno fatto domande sul contesto in cui la frase sarebbe stata pronunciata. 

Silvana Cortignani


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