Il Cairo – “Al mondo, sei stato davvero crudele ma io ti perdono”. Con queste parole Sarah Hijazi, 30enne egiziana omosessuale e attivista della comunità Lgbt, ha annunciato il suo suicidio. Prima il carcere e le torture in patria per il suo orientamento sessuale, poi la protezione internazionale in Canada. Era troppo e non ce l’ha fatta. La ragazza ha deciso di togliersi la vita due giorni fa.
Nell’ottobre del 2017 Sarah Hijazi era stata arrestata per aver sventolato una bandiera arcobaleno al concerto al Cairo della band libanese Mashrou Leila, una delle più seguite in tutto il Medio Oriente. Il cantante Hamed Sinno è gay e insieme al gruppo supporta i diritti degli omosessuali. Sarah era al concerto insieme a un amico, e ha sventolato in mezzo alla folla la bandiera simbolo delle rivendicazioni di gay e lesbiche di tutto il mondo. Immortalata in una foto con la bandiera in mano, Sarah e il suo amico sono stati arrestati. La procura del Cairo li accusava di far parte di un movimento che diffondeva l’ideologia omosessuale nel paese.
Durante i due mesi trascorsi in carcere Sarah Hijazi è stata vittima di torture fisiche e psicologiche. È stata rilasciata su cauzione, ma continuava a essere derisa per il suo orientamento sessuale. Ha deciso quindi di riparare in Canada e chiedere la protezione internazionale, ottenendola. Una nuova vita per la giovane attivista, che dal paese nordamericano ha continuato a combattere la battaglia per i diritti degli omosessuali e a chiedere la scarcerazione di altri attivisti in Egitto.
Ma le ferite subite durante la prigionia l’avevano segnata profondamente e Sarah Hijazi non ce l’ha fatta. Si è tolta la vita nella sua abitazione in Canada. Tre giorni fa ha pubblicato la sua ultima foto su Instagram con il commento: “Il cielo è più bello della terra! E io voglio il cielo, non la terra”.
