Viterbo – Quella della banda italo-albanese radicata nella Tuscia fu vera mafia per il tribunale di Roma, che ha comminato 80 anni di carcere a dieci imputati. È così stato messo un primo punto all’indagine dei carabinieri che ha portato allo smantellamento dell’associazione capeggiata da Giuseppe Trovato e da Ismail Rebeshi. Un gruppo che agiva crivellando vetrine, incendiando auto, inviando buste con proiettili e piazzando lumini votivi e teste d’agnello.
Andrea Antonazzo, comandante provinciale dell’Arma di Viterbo, all’esito della sentenza dei giudici, è soddisfatto?
“Sì, la sentenza del tribunale di Roma è stata un evento. Non sempre indagini di questo tipo hanno poi portato al riconoscimento del 416 bis, che è l’aggravante mafiosa. Ma la nostra attività ha dato i suoi frutti, perché abbiamo assicurato dei criminali alla giustizia. È stato un grande successo, ma non dimentichiamo che è solo il primo step: in Italia ci sono tre gradi di giudizio”.
Questo è stato un gruppo che si è formato e radicato direttamente nel Viterbese…
“Esattamente. Non si è trattata di un’organizzazione venuta qui a fare i propri affari. Bensì di un’associazione che, seppur con metodi non tipici della Tuscia, qui è nata. Ma la cosa positiva è che poi morta”.
Durante le indagini è stato dato fuoco anche alle auto di carabinieri, che avevano come sola colpa quella di fare il proprio lavoro. Ci sono state ritorsioni pure dopo gli arresti o dopo la sentenza?
“No, neanche tentavi. Ma la nostra guardia è sempre molto alta”.
Per la prima volta è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa a Viterbo. Sarà anche l’ultima?
“Lo spero. Per ora crediamo che sia stata la prima e ultima volta. Ma non escludiamo che possano esserci altri tentativi per mettere in piedi associazioni di questo tipo, perché quello della criminalità organizzata è un business remunerativo. Nel caso ci sia una ricaduta, ipotizziamo che si tratterà di un’associazione che nascerà sempre nella Tuscia. Però finché avremo la collaborazione dei cittadini, che devono essere i primi a reagire, farla radicare sarà difficile o comunque dovremmo riuscire a contrastarla con successo”.
I viterbesi saprebbero reagire?
“Sì, la Tuscia ha questo tipo di anticorpi. Anche perché ora si sa che questo tipo di organizzazioni possono essere combattute. Al momento non credo che ci sia un’omertà tale da poter consentire a un’altra mafia autoctona di vivere e prosperare a lungo fino ad arrivare ad ingrandirsi. Ovviamente è da mettere in conto che un po’ di paura, anche nel denunciare, possa ancora esserci: l’intimidazione fa parte di tutte le associazioni criminali e in particolar modo di quelle mafiose. Intimidazioni che finora hanno però avuto breve durata nella Tuscia. Qui, e lo dimostrano i quattro arresti dello scorso novembre, anche i piccoli tentativi non passano inosservati né questo tipo di organizzazioni possono contare sempre sul totale appoggio e silenzio della popolazione. E tutto ciò rende la loro capacità di radicamento molto complicata”.
Cosa si potrebbe ricreare quindi?
“Siccome gli affari del gruppo di Trovato e di Rebeshi spaziavano, è possibile che ci sia chi possa emularli. Non credo, però, con la stessa forza. Senza la matrice mafiosa insomma. Trovato e Rebeshi erano riusciti a creare un’associazione che faceva dell’intimidazione l’arma principale: attentati, minacce, ritorsioni. Ricostruire questo gruppo o darne vita a uno nuovo ma uguale sarebbe estremamente difficile”.
Sono in corso altre indagini per mafia nella Tuscia?
“Con l’aggravante del 416 bis, no. Non abbiamo motivi per credere che sul territorio ci siano altri gruppi mafiosi”.
Quello dei suoi uomini è stato un lavoro lungo, difficile e meticoloso. Cosa gli vuole dire oggi, dopo la sentenza?
“Che sono molto fiero di loro, perché hanno dimostrato caparbietà e capacità di azione. I carabinieri del nucleo investigativo e della compagnia di Viterbo hanno fatto dei sacrifici non indifferenti. Nonostante i rischi, le intimidazioni e gli attentati, sono comunque andati avanti. E tutto ciò non può che rendermi orgoglioso”.
Raffaele Strocchia
