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Cacazeppetti, un ristoratore pugile alla trattoria delle Farine

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La chiesa delle Farine

La chiesa delle Farine

Viterbo – Una chiesetta campestre e una trattoria casareccia a tre chilometri da Viterbo, lungo la Cassia sud in direzione Roma, accomunate dallo stesso nome, “Le Farine”, mutuato da un casale già presente da quelle parti nel IX secolo. La chiesa attuale (Santa Maria delle Farine) la dobbiamo a uno dei Gatti, tale Silvestro, che la fece ricostruire nel 1320 come recita la lapide posta sopra la porta d’ingresso. Dal 1940 (anno più, anno meno) è in affidamento ai padri Giuseppini del vicino istituto San Pietro, davanti alla porta omonima.

La trattoria, anch’essa “Le Farine”, la dobbiamo invece a Ludovico Meschini, che l’attivò agli inizi degli anni Cinquanta per poi cederla al figlio Veraldo, che la gestì fino alla definitiva chiusura. Venne ribattezzata “Cacazeppetti” (o “Cacazeppette”), perché si dice che i gestori discendessero da una famiglia di fornai di Pianoscarano che alla fine dell’Ottocento venivano chiamati i Cacazeppetti. Sarà vero? Non lo so. So che a Viterbo con questo nomignolo erano indicate le persone tirchie.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, prima dell’apertura dell’autostrada del Sole, la Cassia, su cui s’affacciava la trattoria, era piuttosto frequentata dagli automobilisti in viaggio da Roma a Firenze (e viceversa), per cui la clientela non mancava. Pensiamo alle fortune che ebbe, sia pur su altri livelli, il ristorante “Milano” di Acquapendente dei fratelli Squarcia o il “Caminetto” di Silvio Fanali di Montefiascone, anch’essi ben posizionati a quei tempi sulla consolare romana.

Il tratto di strada dove si trovava la trattoria “Le Farine” è ancor oggi conosciuto come “le curve del Ciriciaccolo”, dal nome di una vecchia osteria nei pressi del vicino bivio di Ponte Sodo. L’aveva creata agli inizi del secolo uno dei contadini del posto, Orlando Segatori. Il figlio Armando, 97 anni ben sopportati, mi dice che tutti gli abitanti di quella zona erano e sono detti i “Ciriciaccolo”.

Ma torniamo a Cacazzeppetti. Guai a chi lo chiamava così. Non solo trattoria, ma anche locanda (secondo le tipologie del tempo), con 5 o 6 camere per i forestieri nel piano superiore. Una struttura antesignana degli attuali bed and breakfast o, se volete, un agriturismo dei primordi con tanto di orto, cantina, gallinaio, conigliera e altro. Anche un piccolo spaccio di generi alimentari dove si trovava di tutto, dal sapone alle alici in buatta, dal prosciutto al pane.

Gli avventori venivano accolti in due piccoli locali e in una sala più grande con ampia vetrata, per un totale di una cinquantina di posti che d’estate aumentavano all’ombra di un provvidenziale pergolato. La trattoria rimase aperta fino agli ultimi anni Novanta. Certamente era attiva nel 1987 per un pranzo di battesimo con amici di mia conoscenza.

Il vantaggio di avere a due passi una chiesa consacrata favoriva frequenti banchetti legati a matrimoni, comunioni, anniversari e altro, quando queste occasioni si santificavano a tavola. Senza considerare le bisbocce tra amici e le rimpatriate di cacciatori. Non per niente la chiesa delle Farine era stata amministrata alla fine dell’Ottocento dalla Società dei cacciatori di Viterbo, il cui primo presidente, nel 1886, fu Saverio Saveri.

Il gestore Veraldo aveva precedenti di pugile in una città che viveva ancora dei ricordi di Giggetto Malè campione italiano dei pesi medi nel 1949 e di una vivace società pugilistica animata da Alberto Ciorba. Lo ricordo perché quando si presentò in palestra per farsi arruolare, gli ruppero subito il setto nasale per facilitargli la carriera che però fu breve. Quel naso storto lo accompagnò per tutta la vita.

Nella brigata della trattoria c’erano la moglie Ada e sua sorella Rosa. La prima governava la cucina, la seconda serviva ai tavoli e preparava le specialità della casa come le fettuccine al lansagnolo (mattarello). Ogni fine settimana Rosa riempiva d’acqua e farina una conca di plastica, tipo bagnarola per i bambini, ci buttava dentro una cinquantina di uova e maneggiava con le robuste mani fino a creare un impasto dorato che spiaccicava poi sulla spianatora per stenderlo appunto col lansagnolo. Da qui le fettuccine fatte in casa che duravano per alcuni giorni e si condivano di volta in volta con burro, sugo e parmigiano.  

Il secondo piatto non era un optional come potrebbe esserlo oggi: c’era da scegliere tra polli alla diavola, conigli alla cacciatora, costarelle e salsicce alla griglia, cacciagione, funghi porcini, fagioli e altro. Il tutto veniva cucinato su una grande stufa a legna che d’inverno dava calore a uomini e cose. I prezzi modici incoraggiavano soste e forestieri “di passo”.

Oggi il nome di Veraldo Meschini, unito a quello dei ristoratori viterbesi di allora come Enzo Ercoli (Giocondino), Goffredo Proietti (Scaletta), Gervasio Morini (Antico angelo), Severino Bastiani (Quattro stagioni) o Pippo Sforza (Bersagliere), appartiene agli amarcord così cari a chi scrive, come quell’incredibile schiera di personaggi dai volti felliniani che hanno fatto la ministoria di Viterbo. Oltre al nostro Cacazeppetti, mi vengono in mente Pizzeccacio, Armidoro, la Caterinaccia, Alfio,  Schiggino, Peppe l’oca, Peppe Tramontana e altri.

Vincenzo Ceniti
Console Touring club


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