- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

Cara Silvia Romano, l’obbligo del velo per le donne islamiche non è libertà…

Condividi la notizia:

Silvia Romano

Silvia Romano

Viterbo – Cara Silvia, non intendo evocare la sindrome di Stoccolma per il tuo caso. Ciascuno è libero di fare di sé ciò che vuole, specie se non danneggia gli altri; quindi la tua scelta va rispettata. Hai deciso di abbracciare l’Islam, nella sua forma più tradizionale e fondamentalista, quella che impone il velo alla donna. Forse il discorso si sarebbe chiuso qui, se non  fosse che hai rispolverato il tema accettando un’intervista per La luce, organo vicino ai Fratelli Musulmani in Italia.  Così, la tua decisione di portare il velo diventa definitivamente pubblica, mediatica e appare lecito per chiunque tornare sull’argomento.

Sebbene personalmente rispetti le tue scelte religiose, mi corre l’obbligo di farti notare che vi sono concetti che hanno un senso ben preciso e ai quali non si possono affibbiare significati divergenti, ancorché a titolo personale.

Uno di questi concetti è quello di libertà. Che significa non solo libertà da costrizioni, ma anche giustizia e, soprattutto, uguaglianza.

Ebbene, l’obbligo del velo per le donne islamiche non è libertà, è il retaggio di una condizione di dipendenza dal maschio e di una cultura sessuofobica che penalizza e toglie dignità e indipendenza alla donna. Tu penserai di essere libera proprio perché porti il velo, perché non  ti importa di chi ti addita come una succube della cultura islamica, e soprattutto perché la tua sarebbe una reazione alla mercificazione del corpo femminile nel mondo occidentale. 

Ma confondere lo sfruttamento sessuale e la mercificazione della donna con il desiderio di libertà della donna, mi spiace, è un errore, un equivoco, o forse uno stratagemma, diffuso tra coloro che non vogliono alzare il piede dal collo delle donne. Nel tuo caso spero che si tratti di un equivoco, ma anche come tale mostra la pochezza argomentativa di chi te lo ha ispirato, che si tratti di un Libro o dello sguardo minaccioso di un carceriere.

In realtà, la libertà ha ben poco a che fare con lo scoprire o meno una capigliatura, un ginocchio o una spalla. Inoltre, il corpo umano, maschile o femminile che sia, non è una mera macchina del peccato, è innanzitutto una meravigliosa creazione. Come lo è il sesso, cara Silvia: che, se lo sottrai alla malignità sessuofobica, è anch’esso un inno alla bellezza e all’umanità.

Neppure molti cristiani lo avevano capito, in passato, ma stiamo crescendo: oggi ci sforziamo di migliorare, di intendere la libertà come una questione di uguaglianza di diritti e di doveri. Forse una lettura del Cantico dei Cantici ti farebbe ricredere su certe verità coraniche, espresse da una cultura nomadica e guerriera che ha sistematicamente marginalizzato la donna. E non è questione di interpretazioni soggettive: certe cose ci sono, nel Corano, sono scritte e ben esplicitate, non si possono ignorare:

IV: 34: Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.

Quando hai letto questo brano, sei rimasta convinta di essere libera? Oppure ti sei sentita libera di non essere libera?  Può accadere sai, a livello soggettivo. C’erano schiavi che gioivano del loro status… 

Tu hai frequentato certe aree critiche dell’Africa, di religione islamica. Forse avresti dovuto scorgere il nesso che corre tra la condizione di arretratezza di quelle popolazioni e talune interpretazioni più fondamentaliste della loro religione, quelle che non ammettono certe forme di progresso sociale, economico e culturale e tanto meno l’emancipazione della donna e la sua uguaglianza con l’uomo.

Non sei certo andata ad impegnarti in quei paesi musulmani in cui si respira un nuovo modo, più moderno e consapevole, di considerare le leggi coraniche. Se non ti avesse colpito lo stato di degrado di quelle zone depresse del Kenia fosse avresti fatto la volontaria a Scampia, al Librino o a Rogoredo, senza spingerti laddove l’ingiustizia e la violenza di genere regnano sovrane, e quasi istituzionalizzate, come a Chakama.

Tu sostieni che aver abbracciato la religione islamica ti ha confortato e soprattutto ti ha salvato. Ne sono convinto, ti ha proprio salvato.

Meno probabile è che la tua decisione sia stata veramente spontanea, libera da qualsiasi condizionamento esterno, da qualsiasi do ut des, dalla possibilità di scegliere diversamente. Ah, già, scusa: così torno alla sindrome di Stoccolma…

Era solo per puntualizzare, cara Silvia. Nessuno qui in Italia ti torcerà un capello per la tua fede o per il tuo velo e ti toglierà la libertà di scegliere. Certo, qualcuno ti criticherà aspramente, come solo certi haters da tastiera o i moralisti a gettone si compiacciono di fare. Ma hai sopportato ben altro, quindi porta il tuo velo e sentiti libera, se questo ti fa piacere. 

Ti prego solo di non spiegare di esserti convertita al velo in un anelito di libertà. Usa un’altra parola, un altro concetto; magari se vuoi non ti spiegare neppure, a meno che tu non voglia farti strumento di qualche settaria campagna propagandistica al fine di rafforzare vecchi e nuovi fondamentalismi.

Ma ti prego: non confondere, e tanto meno offendere, i concetti di libertà, di uguaglianza, di emancipazione sociale che si respirano nella nostra cultura occidentale, e per i quali c’è gente che non è morta invano.

Francesco Mattioli


Condividi la notizia: