Viterbo – S’aggira, sta dietro al banco. Si chiama Stefano Bertollini, ha 60 anni e c’ha il negozio in via Calabresi a Viterbo. Forse l’ultima via della città dove le attività che ci sono, ci sono sempre state. Arroccate attorno al centro come i loro antenati durante il medioevo a ridosso di rocche e castelli. Adesso, col dopo Covid, e le conseguenze economiche che s’è portato appresso, rischiano invece di chiudere. Sono comunque in forte difficoltà.
Stefano Bertollini, che sulla porta c’ha scritto pure ciabattino, è probabilmente uno degli ultimi calzolai della storia sociale e artigiana di Viterbo. “A tutto c’è una fine”, ripete Bertollini a una signora che gli chiedeva una riparazione che in qualche modo salvasse la scarpa all’infinito.
Viterbo – Stefano Bertollini, il calzolaio di via Calabresi
“Dopo di me – dice con rammarico Bertollini – l’attività, per quanto mi riguarda, finisce. Mio figlio fa l’infermiere e continuerà a farlo”. “Fa parte pure – aggiunge – del movimento nazionale infermieri”, che si batte contro le condizioni precarie di gran parte del personale sanitario e che nelle settimane scorse ha organizzato una manifestazione pure a Viterbo. Uno spaccato esemplare di quello che potrebbe essere lo scenario politico economico del prossimo autunno. I padri a tenere in piedi uno stipendio, i figli, col lavoro precario, in piazza a chiedere una vita più dignitosa. Che il Covid ha contribuito a mettere ulteriormente in discussione.
“Prima – spiega Stefano Bertollini -, durante la fase più dura del Coronavirus, abbiamo pagato le tasse senza alcuna entrata. Sì, ho ricevuto il bonus del governo sia di aprile che di maggio, ma c’ho pagato l’affitto e qualche bolletta”.
Viterbo – Via Calabresi
Una volta riaperto, “ormai da un mese e mezzo – dice Bertollini – la situazione non è più la stessa. Fino a gennaio la gente veniva. Tutti i giorni, e si lavorava molto bene. Anche se le tasse troppo alte e la crisi economica che c’è stata a partire dal 2008 si facevano sentire. Una volta riaperto, dopo i mesi di chiusura dovuti al virus, ci siamo attestati su un calo di fatturato attorno al 40%”.
Viterbo – Il calzolaio di via Calabresi
Una situazione, quella raccontata da Bertollini, che riguarda un po’ tutta la via dove ci sono anche una sartoria, un’agenzia di viaggi e un ristorante storico. La trattoria Quattro stagioni, dal 1903. Qualche settimana fa, a trattoria chiusa, in bacheca campeggiava un foglio con su scritto: “La trattoria 4 stagioni rimarrà chiusa fino a quando non potremo garantire un servizio adeguato e sostenibile. Ci scusiamo con i nostri clienti per l’eventuale disagio”.
Viterbo – La trattoria 4 stagioni
Il cartello, nelle settimane successive, e sempre in bacheca, è stato poi sostituito da quest’altro: “La trattoria 4 stagioni resterà chiusa per lavori. Ci scusiamo con i nostri clienti per l’eventuale disagio e vi aspettiamo per la prossima riapertura.
Viterbo – Il primo cartello della trattoria 4 stagioni
Un calzolaio, Bertollini, diventato tale dopo i 30 anni. Subito appresso a Tangentopoli, la tempesta giudiziaria che portò alla catastrofe politica, e a processi e carcere, un’intera classe dirigente che aveva governato l’Italia dal dopo guerra in avanti. Tirandosi dietro anche la ditta, “che – commenta Bertollini – lavorava per i ministeri”, dove il calzolaio di via Calabresi faceva il geometra. Era il 1992. Tre anni dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda e a pochi mesi di distanza dallo scioglimento dell’Unione sovietica. L’anno in cui la mafia uccise i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’anno in cui il paese finì nel precipizio, mentre a Maastricht nasceva l’Unione europea.
Viterbo – Il secondo cartello della trattoria 4 stagioni
Un mestiere che Stefano Bertollini impara grazie al suocero. “C’andavo tutte le sere – racconta Bertollini – quando staccavo dal lavoro. Imparare a fare il ciabattino all’inizio era un hobby. Poi è diventato un lavoro”.
Viterbo – Il calzolaio di via Calabresi
Un lavoro cambiato radicalmente. “Un tempo – prosegue Bertollini – i calzolai facevano le scarpe. Due paia per persona, che ti dovevano però durare per sempre. Un paio per tutti i giorni, e uno per le feste”, e che poi, quest’ultime, diventavano anche le scarpe che t’accompagnavano al camposanto quando morivi.
Viterbo – Il calzolaio di via Calabresi
“Adesso invece – aggiunge il calzolaio – si lavora solo sulle riparazioni. Scarpe e borse soprattutto. E capisci subito che le cose non sono più di qualità. Il cuoio è stato sostituito dalla plastica”, come se ci fosse stato definitivamente un cambio d’epoca iniziato negli anni ’60 col cosiddetto boom economico che, oltre alla fabbrica e alle speculazioni edilizie nelle campagne, ha introdotto stili di vita incentrati più sul consumo di breve periodo piuttosto che sulla conservazione di lungo.
Viterbo – Il calzolaio di via Calabresi
Lungo via Calabresi c’è l’antico palazzo della famiglia che dà il nome alla via. E’ di proprietà regionale, il comune di Viterbo lo vorrebbe per farci qualcosa di utile. Fatto sta che sta lì abbandonato, nonostante i lavori di risistemazione alla fine degli anni ’90. Una decina di giorni fa il partito della rifondazione comunista ha appeso al portone uno striscione con su scritto “occupato” per chiedere il taglio dell’erba all’ingresso.
Viterbo – Il calzolaio di via Calabresi
“Lavoro dieci ore al giorno – conclude Stefano Bertollini – e tra qualche anno vado in pensione. Guadagno 1500 euro al mese, lo stipendio di un operaio. E il Covid c’ha dato il colpo di grazia. Un mestiere, il mio, che dopo di me non ha eredi”.
Daniele Camilli
Multimedia: Fotogallery: Stefano Bertollini e via Calabresi – Video: Il calzolaio di via Calabresi









