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Crimini di ogni tipo per comprare droga da spacciare in discoteca, sulla graticola undici imputati

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Gli arrestati dell'operazione Drago

Gli arrestati dell’operazione Drago del 28 maggio 2012

La Bmw crivellata da una decina di colpi d'arma da fuoco

La Bmw crivellata da una decina di colpi d’arma da fuoco dei fratelli Barberio la notte tra il 15 e il 16 gennaio 2011

Le sostanze dopanti

Operazione Drago – Alcune delle sostanze dopanti sequestrate nel blitz

I proiettili

 I proiettili conficcati nella carrozzeria della Bmw dei fratelli di Soriano nel Cimino

La droga

Parte della droga sequestrata

Operazione Drago, i filmati della donna costretta a prostituirsi

I filmati della donna costretta a prostituirsi

Viterbo – Crimini di ogni sorta per comprare droga da spacciare in discoteca, sulla graticola fino al 22 settembre undici imputati.

Un colpo di scena a sorpresa ha fatto slittare, ieri, la discussione del “processone” agli undici imputati del filone finito davanti al collegio della maxi operazione Drago, sfociata in 40 arresti all’alba del 28 maggio 2012, per un totale record di 400 capi d’imputazione a carico di una presunta banda di malavitosi locali dediti al crimine, secondo l’accusa, per finanziare l’acquisto di grosse partite di stupefacenti. 

Nel blitz finirono in manette, tra gli altri, Michel e Django Barberio. Sono i fratelli la cui Bmw crivellata di colpi di arma da fuoco la notte tra il 15 e il 16 gennaio 2011 a Soriano nel Cimino ha dato il via alle indagini. Sulla vettura furono poste delle cimici e in breve si scoprì che ad appiccare il  fuco era stato un romeno il cui nome assomigliava a “drago” da cui l’operazione. Poi venne il resto. 

L’udienza di ieri è saltata quando si è scoperto che due avvocati avevano rinunciato alla difesa di uno degli imputati, per cui ne è stato nominato un altro al volo, che ha però chiesto i termini a difesa. La discussione è stata quindi rinviata, salvo ulteriori imprevisti, al prossimo 22 settembre. 


Macchine potenti, sparatorie nella notte e donne costrette a fare la vita

Al centro dell’inchiesta condotta dai carabinieri sono finiti macchine potenti, sparatorie nel cuore della notte, donne costrette a fare la vita, banditi gonfi di anabolizzanti per apparire più minacciosi, estorsioni ai commercianti per comprare droga da spacciare in discoteca. 

Il processo – a carico di 11 dei 19 indagati rimasti dopo i patteggiamenti – è entrato nel vivo il 5 novembre 2013 con la testimonianza di un albergatore viterbese che sarebbe stato taglieggiato dalla banda.

Davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, gli imputati devono rispondere, a vario titolo, di usura, rapina, estorsione, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione.

Sono Janina Visilescu, Django Barberio, Pietro Brundu, Massimo Franco, Cristian e Giuseppe Perotti, Alfredo Chiaravalli, Alfredo Pontani, Giancarlo Manili, Bruno Soranno e Claudio Novelli. Tre le parti civili: gli imputati Pietro Brundu e Alfredo Pontani e l’imprenditore di Narni, Mirko Scorzoni, vittima di uno dei presunti tentativi di estorsione. Pubblico ministero il sostituto Stefano D’Arma.

Scorzoni aveva preso in gestione a Viterbo l’Hotel Faul di via del Pavone dai titolari di una società immobiliare che, decisi a riprenderselo senza le lungaggini di uno sfratto, l’avrebbero fatto minacciare da alcuni loschi individui, grandi, grossi e palestrati.


Fiumi di droga e favoreggiamento dei pusher al centro di altri due processi

Sempre sette anni fa, a dicembre del 2013, si aprì il processo davanti al giudice monocratico ad altri 11 imputati (alcuni in comune) che devono rispondere di furto aggravato, traffico di droga e anabolizzanti: fiumi di droga destinata ai giovanissimi sarebbero passati per pub, bar e discoteche di tutta la provincia, mentre le “bombe” sarebbero servite a gonfiare i muscoli agli sgherri della banda.

Un ulteriore filone, per favoreggiamento, è al centro di un terzo processo, sempre davanti al giudice monocratico, a carico di 21 imputati, per lo più assuntori di stupefacenti che avrebbero coperto i pusher nel corso delle indagini.


Dopo averli denunciati, mi sono dovuto nascondere per un anno”

Il processo, partito a razzo, come giudizio immediato, si è arenato nel tempo. Risale al 5 novembre 2013 la prima udienza. 

“Dopo averli denunciati, mi sono dovuto nascondere per un anno”, raccontò Scorzoni, la prima presunta vittima, delle tre parti civili, sentita in aula. L’albergatore, nella primavera del 2010, secondo la sua versione, avrebbe deciso di dare una svolta alla sua vita prendendo in gestione l’hotel Faul di via del Pavone dai titolari di una società immobiliare, padre e figlio, ai quali però, in seguito a una controversia, smise di pagare l’affitto. Questi ultimi allora avrebbero ingaggiato una banda di “sgherri” per 10mila euro.

“Uno era talmente grosso che pareva Hulk”, ha raccontato il testimone. Il più cattivo gli avrebbe fatto una piazzata al nightclub sulla Tuscanese dove lavorava, dandogli appuntamento in un bar dove, spalleggiato dal più grosso, lo avrebbe costretto a firmare un “foglio” in cui rinunciava all’albergo. Foglio che avrebbero stracciato se avesse dato loro 6mila euro. Lo scambio sarebbe dovuto avvenire a Villanova ma i banditi, intuendo di essere stati denunciati, ci ripensarono.


“Mi hanno messo una pistola in bocca”

“Mi hanno messo una pistola in bocca”, ha raccontato invece nell’udienza del 26 novembre 2019 Pietro Brundu, contemporaneamente imputato e parte civile. Ma per l’accusa era una farsa. Una sceneggiata studiata a tavolino con un gruppo di muscolose bodyguard, che di secondo lavoro facevano il recupero crediti, per beffare un imprenditore umbro che avrebbe tentato di estorcergli 200mila euro. 

Brundu, all’inizio del 2011, sarebbe stato vittima di un imprenditore di Perugia, anche lui imputato, cui avrebbe venduto per 250mila euro una falegnameria nel capoluogo umbro. “Gli ho ceduto un ramo d’azienda, per il quale mi ha pagato subito 200mila euro, riservandosi di darmi successivamente i rimanenti 50mila euro. Ma al momento del pagamento, il 22 marzo 2011, mi ha teso una trappola, in un bar di Tuscania, presentandosi con delle guardie del corpo grandi e grosse che facevano il recupero crediti e chiedendomi di ridargli i 200mila euro perché non lo avevo aiutato nella fase di avviamento. Poi ho scoperto che in realtà si era già rivenduto la falegnameria”, ha spiegato in aula l’imputato.

L’imprenditore avrebbe cercato di convincere gli addetti al recupero crediti che non c’era nessun credito da recuperare, ma loro lo avrebbero obbligato a consegnare loro delle cambiali false: “Per illudere il perugino che avrebbe ripreso i soldi e ottenere così il loro 30 per cento di provvigione e il lavoro che gli era stato promesso in cambio del recupero, senza che io dovessi sborsare denaro”.

A tale scopo ci sarebbe stato un incontro a Perugia con gli addetti al recupero crediti a casa dell’imprenditore. “Quando sono entrato hanno scarrellato una pistola, poi a un certo punto, mentre stavamo discutendo della somma che rivoleva indietro, mi hanno buttato sul divano, coperto la faccia con un cuscino e puntato una pistola alla testa. Dopo questo episodio ho consegnato loro le cambiali false che mi avevano chiesto. Sono stati contenti, dice che hanno conseguito un profitto per una cifra esagerata e anche un viaggio premio in Bulgaria”, ha concluso.

Al termine dell’esame dell’imputato, il pm D’Arma ha sollevato diversi dubbi sulla ricostruzione in particolare dell’episodio della pistola. “Un gioco in danno dell’imprenditore umbro, l’aspettativa era quella di fregarlo”, ha detto il pubblico ministero, citando una intercettazione da cui emergerebbe l’accordo a reggere il gioco agli addetti alla riscossione. E poi un’altra, in cui gli viene detto: “Sei stato bravo, hai recitato bene”.

Silvana Cortignani


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