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“Nelle aziende agricole della Tuscia extracomunitari sfruttati per la raccolta di nocciole e olive”

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Braccianti agricoli - Immagine di repertorio

Braccianti agricoli – Immagine di repertorio

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Scacco alla Mafia nel Viterbese – Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Viterbo – Lo spaccio nella Tuscia se lo spartiscono italiani, albanesi, marocchini, nigeriani e senegalesi. I furti, perlopiù in abitazioni isolate ed esercizi commerciali, sono invece ad appannaggio di romeni e albanesi che, insieme ai nigeriani, gestiscono anche la prostituzione, “costringendo – spiega la Direzione investigativa antimafia – al meretricio su strada giovani connazionali”.

C’è poi il caporalato. Nella sua ultima relazione, incentrata sul secondo semestre del 2019, la Dia scrive che nel Viterbese “permane lo sfruttamento della mano d’opera clandestina, in particolare durante i cicli di raccolta stagionale di nocciole e olive nelle aziende agricole locali, favorito dalla forte presenza di cittadini extracomunitari”.

Dal report emerge l’importanza dell’operazione antimafia Erostrato, che ha permesso di ridisegnare la mappa della criminalità nella Tuscia. Fino a gennaio 2019, quando i carabinieri hanno arrestato i tredici indagati, “nella provincia di Viterbo – ricorda la Dia – non erano emersi segnali riconducibili alla presenza strutturata di organizzazioni mafiose, rilevando solo una sporadica presenza di pregiudicati calabresi e campani, in quest’ultimo caso dediti prevalentemente a traffici di stupefacenti. Il territorio era infatti caratterizzato dalla presenza di organizzazioni autoctone attive nel narcotraffico, nell’usura, nelle estorsioni e nella commissione di reati predatori”.

Con l’indagine Erostrato, durata due anni, “la situazione si è però modificata, evidenziando – sottolinea la Dia – l’affermazione su base locale di un’associazione mafiosa italo-albanese con importanti collegamenti con membri della ‘ndrangheta”. Giuseppe Trovato, boss del clan insieme all’albanese Ismail Rebeshi, è ritenuto “contiguo alla ‘ndrina Giampà di Lamezia Terme”. Proprio nel comune in provincia di Catanzaro “Zio Peppino” è nato, per poi trasferirsi a Viterbo dove gestiva tre compro oro. Mentre Trovato voleva il monopolio dei compro oro della città dei Papi, Rebeshi pretendeva il controllo dello spaccio e dei locali notturni. Così incendiavano auto, inviavano buste con proiettili, crivellavano vetrine e piazzavano teste d’agnello e lumini votivi davanti alle saracinesche.

“Atti intimidatori tipici dei gruppi mafiosi – li definisce la Direzione investigativa antimafia -. Atti eclatanti rivolti, in qualche caso, anche ad appartenenti alle forze di polizia”. Nel mirino finirono pure i carabinieri, colpevoli di fare solo il loro dovere: indagare proprio sulla cupola viterbese. Il tutto è costato ottant’anni di carcere ai dieci imputati processati con l’abbreviato. Ai capi le condanne più pesanti: 13 anni e 4 mesi a Trovato e 12 anni a Rebeshi. In primo grado il tribunale di Roma ha riconosciuto, per la prima volta nella Tuscia, il reato di associazione mafiosa.

“Si tratta – evidenzia la Dia – di un chiaro segnale che anche il territorio viterbese non è più immune dall’infiltrazione della criminalità organizzata: quest’ultima continua infatti a cercare nuovi spazi, che non ricadano già sotto l’egemone proiezione di interessi di altre mafie, per perseguire senza concorrenza e possibili frizioni le proprie mire espansionistiche”. Quanto successo a Viterbo “è l’ennesima conferma – aggiunge la Dia – di come le mafie tendano ad occupare progressivamente anche aree solo all’apparenza meno appetibili”.

Ampliando l’analisi a livello regionale, la Direzione investigativa antimafia afferma che “il Lazio si presenta come un vero e proprio laboratorio criminale, in cui coesistono formazioni, non solo mafiose, di diversa matrice ed etnia”. Esattamente come lo era il clan viterbese: italiani e albanesi collaboravano per spartirsi equamente il business. “Saranno proprio le sinergie tra molteplici entità criminali – conclude la Dia – a caratterizzare sempre di più il territorio regionale”.

Raffaele Strocchia


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