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I nonni e sant’Anna che “prevede e manna”…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Chi non ha tra parenti, amici e conoscenti almeno un paio di Anna? Certamente meno i Gioacchino suo marito, ma il papa li ha ricordati insieme domenica 26 luglio, giorno onomastico delle Anne, per loro storia di nonni per parte di madre di Gesù Cristo.

Francesco ha chiesto di non lasciali soli i nonni perché tanti lo sono e, a Covid imperante, ne era perfino scontata la candidatura a soccombere per primi. Così dicevano i virologi e i politici ci credevano, magari col retropensiero ai risparmi Inps.

I vecchi, però, sanno aspettare e con la pelle dura che hanno preparano la riscossa.

Se a fine agosto non saranno arrivati nelle aule i milioni di banchi a rotelle indispensabili – secondo la ministrina dell’istruzione – alla rivoluzione copernicana della didattica, torneranno in campo loro, i nonni e, stavolta, non da ausiliari del traffico all’ingresso delle scuole ma in servizio permanente effettivo come padri e madri due volte dei nipoti.

Infatti, beato chi a settembre ne avrà almeno uno di nonno, perché molti genitori non potranno permettersi di portarlo all’asilo o alle elementari e medie rinunciando al lavoro, se ce l’hanno, o a cercarlo. Specie se le scuole apriranno più tardi di metà settembre, a orario ridotto o a turni sfalsati.

Eccola dunque la rivincita dei nonni, del loro posto nella società attiva. Non a caso in latino il nome significava “balie” e balie ricche per età ed esperienza di un patrimonio che nessun testamento o successione legale può far ereditare.

Di ultrasettantenni che il Covid non si è portato via siamo in tanti e pure convinti di saperne e poterne fare di più e meglio dei tanti incompetenti che neanche sanno cosa siano le rivoluzioni promesse prima di accucciarsi nelle poltrone lasciate a loro da noi. Sbagliando quando li credemmo in grado di far da soli e prima che, come scriveva Fortebraccio sull’Unità da vero comunista e vero ex democristiano, si rivelassero solo “trapezisti con la rete sotto che se cascano, cascano in amministrazione” pubblica e ben pagata.

Nel ’68 molti la rivoluzione la fecero davvero, poi ci stancammo rinunciando all’eskimo per un posto in banca. Qualcosa però l’avevamo cambiata, almeno la fiducia in chi si dichiara per il cambiamento, il “progresso”, ma ora ci ritroviamo in parlamento come nei comuni liti da comari, supponenza e discorsi tutti al futuro, col bisognerebbe fare invece dell’abbiamo fatto.

Possiamo, anzi dobbiamo rifarci e dire che non è democrazia quella in cui si sta al governo solo per evitare le elezioni, quella dove il parlamento diventa un auditorium in cui ascoltare le comunicazioni di chi comanda per mancanza di alternativa, quella dove lorsignori non sono più i padroni di una volta ma impalpabili fondi internazionali dove pochissimi pensano e decidono per tutti gli altri ai quali cocedere un reddito di sopravvivenza e qualche caramella a condizione però che rinuncino a dire la loro.

Sarà quindi il caso che come nonni cominciamo a dirlo forte ai nipoti, quando li accompagneremo a scuola.

Renzo Trappolini


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