Roma – Un sistema usuraio fatto di minacce, intimidazioni e riciclaggio con centro nel quartiere Portuense di Roma.
La squadra mobile della sezione Reati contro il patrimonio ha concluso l’operazione antiusura “Money box”, per arginare un presunto sistema che sarebbe stato radicato nella zona del mercato di porta Portese.
Gli agenti hanno eseguito sette misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma. Gli indagati hanno un’età compresa tra i 43 e i 65 anni e sono accusati di usura, estorsione, riciclaggio, autoriciclaggio, esercizio abusivo di attività finanziaria e favoreggiamento reale.
Gli appuntamenti, le concessioni e le riscossioni di denaro sarebbero avvenute nel mercato di porta Portese. Gli interessi sui prestiti, stando alle indagini, superavano il 240% annuo e consideravano il debito estinto solo se le vittime pagavano per intero la cifra.
Dopo le denunce di alcune vittime sono iniziati gli approfondimenti della polizia, anche con intercettazioni.
Facendo leva sulle omonimie e su rapporti stretti con altre organizzazioni, gli indagati avrebbero intimidito le vittime facendogli credere di far parte della “Banda della Magliana”, dei “Casalesi” o dei “Casamonica”. Non sarebbero mancate neppure minacce e aggressioni fisiche.
Come si legge nel comunicato della polizia, “N.M., D.G., D.M. usavano come base logistica il box adibito alla vendita di accessori per auto, ubicato proprio nel mercato porta Portese”. “A concorrere nell’illecita attività nonché nei fatti estorsivi – prosegue la nota della polizia – c’era il suocero del principale indagato, S.M., di 65 anni con a carico vari precedenti di polizia, mentre V.A. e D.A., anch’essi romani rispettivamente di 48 e 43 anni, avevano il compito di recuperare dalle vittime le somme di denaro, frutto di usura e abusivo esercizio del credito”.
La polizia prosegue: “Ad A.D.M. è contestato anche il reato di riciclaggio perché sfruttava la copertura fornita dalla propria impresa edile, si occupava di porre all’incasso gli assegni che le vittime avevano consegnato agli usurai quale garanzia per ottenere i prestiti, giustificando tali introiti quali saldi di fatture”.
Tre sono stati reclusi nel carcere di Regina Coeli, tre sono finiti agli arresti domiciliari e ad uno è stato notificato l’obbligo di firma.

