Viterbo – Non sono solito dare giudizi sui personaggi della politica. Per un sociologo, almeno quando si espone sul piano scientifico-professionale, mi sembra un segno di cattivo gusto. Credo che tuttavia farò una eccezione, ma non puntando sull’orientamento politico-ideologico di certi personaggi, bensì su alcune loro prese di posizione e su alcune loro credenze che sono ampiamente criticabili nel merito.
Mi riferisco ai lavori del cosiddetto Osservatorio permanente sulle libertà fondamentali, a cui aderiscono politici, scienziati, giuristi e artisti e che ha esternato affermazioni che vanno dalla negazione della gravità della pandemia alla estinzione del Covid-19, alla condanna del lockdown, passando per la denuncia accorata dell’offesa al libero pensiero e alle libertà costituzionali da parte del governo.
Nessuna meraviglia, per carità. Ci sono i terrapiattisti, ci sono coloro che vedono nelle scie degli aerei il diabolico disegno di una casta, ci sono i negazionisti della Shoah, ci sono quelli che sono sicuri che Elvis Presley è vivo e balla il rock ‘n roll, ci saranno anche coloro che hanno idee tutte loro sulla pandemia e sui modi per definirla e contrastarla. A ben vedere, fanno parte del gruppo personaggi di differente spessore intellettuale, di differente caratteriologia, di diversa ideologia: c’è l’opinionista/politico che vive ormai da decenni “contro”; c’è il politico che da governante affossa le libertà costituzionali e all’opposizione le rivendica (lo fanno tanti, del resto); c’è il costituzionalista che sa tutto di legge e poco di società; c’è l’ideologo del liberismo intellettuale che, sulla scia di Don Ferrante, ha ormai scisso la forma dalla sostanza; c’è l’artista che, a forza di cantare splendidamente canzoni d’amore, si è fatta una idea del tutto autoreferenziale di come cammina il mondo; c’è infine il medico che esprimendosi nel gergo sanitario finisce per far cadere nell’equivoco i suoi interlocutori, fino a trascinarvisi egli stesso.
Sospetto che tra costoro non siano molti quelli che hanno perso un parente o un amico a causa della pandemia, perché poi sono le esperienze dirette che scavano parole di sangue nelle nostre opinioni; ma non è sempre necessario scottarsi le dita per sapere che il fuoco brucia. Sospetto inoltre che ai dati mondiali sulla pandemia abbiano rivolto uno sguardo se non superficiale certo selettivo: peraltro ci sono due capi di stato, di due stati molto popolosi, come Donald Trump e Jair Bolsonaro che, a forza di sottovalutare il Covid-19 si ritrovano oggi con il maggior numero di contagiati e, purtroppo, anche di morti. Casi, peraltro, che sono particolarmente diffusi tra le fasce più povere e più indifese, quelle che vivono una vita necessariamente promiscua e che godono di scarso interesse da parte di quei governanti che ideologicamente sembrano incapaci di entrare in sintonia con i problemi della marginalità sociale.
Affermare inoltre che la mascherina non serve è già segno di ignoranza sull’uso che se ne deve fare. Come è noto, quella “chirurgica” è un atto di cortesia verso gli altri; mentre è la “ffp2” che difende anche sé stessi. Tralasciando l’una o l’altra quindi, nel miglior dei casi non si tratta bene il prossimo e questo per un politico è un errore etico, prima che strategico. Eppure i Trump e i Bolsonaro continuano a cantare vittoria: in genere lo dovrebbero fare i dittatori, abituati a non arrendersi mai, tanto meno all’evidenza… Eppure c’è anche il risvolto patetico: quello del premier britannico Johnson, che dopo aver negato l’utilità della mascherina, essersi contagiato e aver trascorso qualche giorno in terapia intensiva, ha fatto pudicamente marca indietro.
In definitiva, mi sembra che gli eventi di questi mesi abbiano dato indicazioni chiare. Di fronte ad un pandemia che secondo la scienza ufficiale (quella composta da decine di migliaia di studiosi di paesi e scuole mediche diverse) non si può controllare con una tachipirina e che semina contagi e polmoniti esiziali, l’unica risposta seria in attesa del vaccino è la precauzione. Che lavora a costi sociali certamente elevati, che chiama al sacrificio, e che decide di far prevalere l’art.32 della Costituzione sull’art. 13.
Fatto sta che i casi sono improvvisamente calati con l’introduzione del lockdown. Perché la diffusione del contagio è direttamente legata, oltre che all’intensità degli scambi sociali, all’ignoranza delle persone, alla superficialità dei loro comportamenti, al loro senso di irresponsabilità. Nessuna libertà costituzionale è stata abolita ma solo limitata e in qualche caso sospesa di fronte ad una emergenza certificata dai dati, e questo avviene continuamente nella vita quotidiana ed è previsto dalla stessa Costituzione. Come esempio, si pensi aI divieto di passaggio in una strada dove si è verificata una frana; al divieto di accedere alle macerie dei palazzi atterrati da un terremoto per evitare episodi di sciacallaggio; alla proibizione della vendita di alcolici ai minori. Di questo passo si rischia di considerare afflittive piuttosto che propositive tutte quelle leggi che, per garantire l’ordine pubblico e l’interesse collettivo, limitano i comportamenti individuali. Senza contare il confine, tutt’altro che indecifrabile, che passa tra libertà e licenza, essendo quest’ultima la negazione del principio (regola d’oro della democrazia e del senso civico) secondo il quale la libertà mia finisce laddove inizia la tua e viceversa.
Il problema vero non è che taluni personaggi abbiano opinioni diverse sul Covid-19; per loro fortuna siamo in Italia, cioè il un paese democratico dove il pensiero è libero (checché ne dicano). Il problema è che taluni di costoro si vantano di avere un seguito, di avere followers, simpatizzanti, ammiratori. E in un paese condizionato da secoli di cultura antagonista verso lo stato, di “piove, governo ladro”, non pare vero di potersi lamentare, di paventare chissà quali subdole manovre, ramazzando consensi di piazza. E, quel che è peggio, questi personaggi trovano irresponsabilmente e demagogicamente sponda soprattutto in quei giovani che, per motivi generazionali, sono insofferenti alla regole, che diffidano degli avvertimenti degli adulti e delle autorità, che praticano l’anticonformismo di massa godendo dei loro vandalismi rituali, che sono abituati a sfidare con incoscienza il pericolo, si tratti di una pasticca o di una accelerata in curva.
A maggior ragione, occorre appellarsi al senso di responsabilità di quella maggioranza che, conscia del pericolo, ha saputo sacrificarsi per il bene comune; che si trattasse di assistere i malati in corsia, di garantirci gli acquisti necessari alla sopravvivenza o di starsene pazientemente in casa ad aspettare che “passasse ‘a nuttata”. Su di loro possiamo contare. Possiamo contare su chi andrà al lavoro o a scuola rispettando le distanze e le norme igieniche, e su chi troverà di che divertirsi astenendosi dagli assembramenti.
Dagli altri, da coloro che citano la Costituzione a gettone o come un testo astratto, e non sanno neppure distinguere tra libertà e licenza, tra interessi individuali e interessi civici comuni, dobbiamo purtroppo guardarci come una minaccia. Perché non sostengono che la Terra è piatta, suscitando un sorriso; non sono certi che le scie degli aerei manipolino le menti, facendoci scuotere la testa; non sostengono che la Shoah non è avvenuta, facendoci indignare; e nemmeno che Elvis è vivo, facendoci sperare nel concerto rock di un vigoroso ottantenne. Loro sostengono che il Covid-19 non c’è, se mai c’è stato; che il numero dei morti è fasullo e che la maggior parte dei contagiati è asintomatica; che tutta la storia del Covid-19 cela un intento eversore; insomma che è più importante essere liberi, che vivi: e ci spingono verso il baratro della malattia, della pandemia, della crisi sanitaria in barba alla scienza, al buon senso, alle regole della convivenza, al sano principio della precauzione.
Francesco Mattioli
