Viterbo – Riparte la curva dei contagi da Covid 19, le discoteche vengono chiuse e la mascherina di protezione diventa obbligatoria anche nelle piazze: il popolo della movida insorge!
Quel che desta meraviglia in questo scenario non è tanto il dibattito tra opinioni differenti sulla utilità o sulle ripercussioni economiche dei vari provvedimenti adottati in queste ultime settimane, quanto le motivazioni addotte da molti (e non solo giovanissimi) circa la imprescindibile necessità di “sentirsi liberi, divertirsi e tornare alla normalità”; c’è chi sostiene che le conseguenze psicologiche causate dal lockdown e dalle conseguenti restrizioni comporteranno preoccupanti ripercussioni per anni.
A questo punto, se sui temi riguardanti l’economia e la sanità ci sembra del tutto legittimo il dibattito e il confronto anche acceso, non ci sembra altrettanto comprensibile l’atteggiamento di chi invoca la necessità della movida come priorità, trascurando l’importanza della riapertura delle scuole senza arrivarci già contagiati o la necessità di evitare una nuova chiusura di industrie ed esercizi commerciali a causa della curva crescente.
Ma davvero tre mesi sul divano e un nuovo modo di relazionarsi con gli altri un po’ più controllato e responsabile può devastare il nostro equilibrio psichico? Davvero vogliamo credere che i nostri ragazzi non abbiano le risorse per reagire e per inventare nuove cose da fare e nuovi modi di fare le cose? Non siamo forse noi adulti a proporre loro esempi sbagliati?
Ogni generazione ha vissuto e affrontato emergenze di ogni genere e non c’è bisogno di ricordare solamente la guerra come esempio estremo e spesso molto lontano nel tempo (grazie a Dio!) per molti di noi. Personalmente ricordo bene i miei 17/18 anni a cavallo tra il 1973 e il 1974: gli anni dell’Austerity!
Una crisi internazionale sconvolse il pianeta: l’embargo petrolifero e la chiusura del canale di Suez a causa del conflitto arabo israeliano provocarono un incremento del prezzo del petrolio insopportabile per tutte le economie occidentali, che in quel tempo non conoscevano (o quasi) energie alternative; senza energia l’industria non sapeva come mandare avanti i macchinari; fummo costretti e dimenticare in fretta gli effetti positivi del boom economico del decennio precedente e dovemmo fare i conti con la disoccupazione dilagante e l’inflazione a due cifre.
Anche in quel periodo furono emessi provvedimenti per arginare la crisi: diminuzione delle ore di accensione del riscaldamento, divieto della circolazione per le autovetture la domenica e a targhe alterne durante alcuni giorni della settimana, chiusura dei bar e dei locali di aggregazione entro le 23, diminuzione della illuminazione pubblica del 40%, interruzione delle trasmissioni televisive alle 23 in punto.
Non durò tre mesi ma molto di più e se oggi chiedete un ricordo a qualcuno che ha vissuto quel periodo, probabilmente vi risponderà che prima di ogni altra cosa non ha dimenticato le piacevoli domeniche per strada in bicicletta o sui pattini … e poi tutto il resto, purtroppo non altrettanto piacevole.
E allora perché dobbiamo credere che i diciottenni di oggi non siano altrettanto capaci di affrontare questo momento così delicato con le stesse capacità? O siamo forse noi adulti a voler competere con loro e credere che noi eravamo più forti e loro più fragili? Personalmente non credo che avranno tutti bisogno di sedute psicoterapeutiche per riprendersi.
Credo fermamente invece che anche tra mille divieti e restrizioni saranno capaci di reagire come noi e meglio di noi e forse anche loro tra 40 o 50 anni come noi ricorderanno soprattutto le cose migliori di questo periodo: i medici e gli infermieri che hanno sacrificato la loro vita per salvare la nostra, i trasportatori e le cassiere e tutti i lavoratori che ci hanno consentito di andare avanti, gli incontri virtuali tra amici o nonni e nipoti sui tablet che ci hanno permesso di apprezzare poi gli incontri reali, gli inni sui balconi… forse un ritrovato senso di solidarietà nazionale.
Claudio Mariani
del Centro studi criminologici
