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Dietro ogni giovane infettato, oltre all’irresponsabilità, c’è un adulto assente…

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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Doveroso sottoscrivere le considerazioni di Claudio Mariani sulle esagerazioni a proposito del “bisogno di movida” dei giovani e delle conseguenze negative che questo sta comportando sulla possibile ripresa dell’epidemia/pandemia del Covid-19.

Tuttavia qualche riflessione sui cosiddetti “giovani” va fatta. Per i più si tratta di una categoria sociale particolare (per quanto un po’ generica, perché non c’è tutta questa somiglianza tra un trentenne e un quindicenne), per altri in passato addirittura di una classe sociale (Rowntree). Quel che importa è che i “giovani” presentano comportamenti propri, per lo più divergenti rispetto alla società adulta, che si stanno confermando in epoca di Covid-19.

Ci sono dei motivi, di importanza non indifferente.

Intanto, c’è un problema di crescita fisiologica e psicologica, di stabilizzazione della personalità, di evoluzione delle aspettative, di gestione dei ruoli sessuali, a cui si accompagna la necessità di “imparare” nozioni, regole, limitazioni e comportamenti conseguenti, il che comporta condizioni di dipendenza gerarchica, di adattamento forzato a meccanismi esterni e talvolta estranei: insomma, quel processo complicato che si definisce socializzazione primaria, cioè formazione e educazione, etica e civica oltre che comportamentale.  Poiché si tratta di un patrimonio che viene dall’esterno e che va incastrato progressivamente nella mente del giovane, è normale che questi faccia qualche resistenza, che reagisca  all’adattamento, specie se qualche voce esce dal coro e gli instilla fin da subito l’idea che un rapporto dialettico con le regole, se non l’anticonformismo, è meglio dell’adattamento.

Il secondo punto è che, inevitabilmente, gli interessi dei giovani non coincidono con quelli degli adulti, in termini di divertimento, di passioni, di reazioni emotive, di scoperta del mondo, di gestione delle proprie responsabilità, di mera vita quotidiana.

Il terzo punto è che è proprio dell’essere umano aggregarsi con i propri simili e fare gruppo, sia sul piano comportamentale  che su quello delle appartenenze, delle identità sociali. Tipico del gruppo è quello di rafforzare la coesione interna, la condivisione di valori, abitudini  e comportamenti rituali comuni, e  l’allargamento delle differenze con l‘esterno: così accade che i “giovani” tendano  a differenziarsi in linea di principio dagli “adulti”, a sottolineare e ad allargare il “gap generazionale”.

Quarto punto: il senso di responsabilità dei giovani, che in buona misura sono in fase di apprendimento e comunque sono sollevati da certe scelte, è inevitabilmente basso. Se non hai un lavoro che non solo ti butta dal letto alle sette del mattino ma ti costringe a scelte professionali impegnative, se non  hai una famiglia da gestire nei bisogni e nelle routine giornaliere, vivi certamente più spensierato e a  volte non ti rendi conto dei possibili pericoli. Ecco perché il giovane di per sé “azzarda” di più, sia in moto, sia in macchina, sia nella sperimentazione di stati di godimento psichico e fisico, che si tratti di alcol, di droga o di rapporti sessuali non protetti.

Quinto punto. I messaggi attuali che arrivano più o meno di straforo ai giovani è che per loro il futuro è duro. Più che in passato. Logico, allora, che scaccino certi fantasmi godendosi il “qui e ora”.

Sesto punto. Tutto quanto si è detto, crea un rapporto dialettico, non sempre sereno, con gli adulti. Da costoro arrivano spesso incomprensioni e limitazioni, quindi i messaggi degli adulti vanno come minimo ridimensionati, se non contrastati. Inoltre, se i giovani si impossessano della notte e dei quartieri della movida, spesso nei centri storici altrimenti marginali o abbandonati, è perché lì gli adulti non arrivano o  non  arrivano più  e quindi la dimensione libertaria, trasgressiva, anticonformista e persino irresponsabile della condizione giovanile si può godere a pieno.

Se poi qualche demagogo (un gatto o una volpe) ci si mette, per propri interessi politici, ad appoggiare questi atteggiamenti, ai giovani non  sembra vero sentirsi compresi e legittimati in certe loro scelte.

Tutto questo c’è sempre stato, beninteso, ma nella nostra società attuale, più complessa, perché più articolata, più dinamica, forse più “libera” e certo mediaticamente più sensibile,  certe problematiche si ingigantiscono.

Facile quindi prevedere che i giovani non rispondessero “responsabilmente” alle regole della movida. Facile che i gestori, checché ora ne dicano, allentassero certe limitazioni, altrimenti diventavano impopolari come gli adulti e perdevano la clientela. Mi piacerebbe sapere se, oltre a governare il distanziamento, l’uso delle mascherine, l’igiene personale in discoteca, negli anni abbiano saputo governare la circolazione di stupefacenti, l’alcolismo, la protezione dei minorenni, i furti, cioè tutto quel repertorio deviante che ha gettato una luce sinistra sui luoghi della “febbre del sabato sera”… I dati di ricerca dicono il contrario.

Detto questo, qualche  precisazione. I giovani non sono mostri, non sono extraterrestri, sono i nostri figli e il prodotto della educazione fornita dagli adulti. Non solo: ad essi, alla loro mente più aperta e meno condizionata è affidato il cambiamento, il progresso, il “vedere oltre”. Lo si è visto durante il Risorgimento, durante la Resistenza, durate il Sessantotto: c’erano sì dietro a loro i padri pensatori, ma sul fronte combattevano giovani capaci di riconsiderare il mondo salendo sui banchi, come nella sublime scena finale del film “L’attimo fuggente”.

Inoltre, forse durante il lockdown sarebbe stato opportuno veicolare attraverso Skype non tanto la poetica di Pascoli o la soluzione di una equazione di terzo grado (meno urgenti e determinanti al momento) ma i motivi dell’emergenza, le modalità delle possibili risposte, la necessità di assumersi responsabilità, i modi per contrastarla. Così, demonizzare i giovani e scandalizzarsi della loro condotta poco responsabile è come minimo ipocrita. Significa prendersela con i buoi, dopo aver lasciato la porta aperta, se mi si consente una similitudine irrispettosa almeno verso quei ragazzi che buoi non sono. Significa aver fatto poca prevenzione  e poca informazione rispetto ad un problema che era prevedibile e che andava gestito con rigore anche alla faccia della facile e ammiccante demagogia degli oppositori in servizio permanente, quelli che si appellano alla Costituzione a giorni alterni.

Troppi politici, troppi adulti  a smaniare per liberarsi, a criticare gli obblighi o a sottovalutare mediaticamente la minaccia: una manna per i giovani, con la loro mentalità, da cogliere al volo. Dietro ad ogni giovane infettato, oltre alla sua personale irresponsabilità e alla sua superficialità, c’è almeno un adulto che (a qualche titolo) non ha fatto il suo dovere.

Francesco Mattioli


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