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Draghi, la pandemia dell’incertezza e i gesuiti

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Mario Draghi è anzitutto uno dei sommi sacerdoti dell’economia. Di quelli che il 31 maggio di ogni anno celebrano la messa cantata di Palazzo Koch, dove ha sede la Banca d’Italia, con un’omelia di “Considerazioni finali” pressochè indiscutibili.

A chi cantava prima di lui, ai predecessori governatori a vita, addirittura non era chiesto neanche di motivare le scelte, che si trattasse di tassi, di moneta, di indirizzi – e di carriere – nelle banche.

Dicevano bastasse per gli interlocutori notarne l’aggrottar di ciglia. Una quasi infallibilità cui mise fine nel 2005 il parlamento – che allora contava in questo paese – ma la solennità di maggio continuò e pure i turiboli di incenso per il nuovo governatore Draghi.

Sorprendono perciò, ora, i toni del suo discorso a Rimini, nel tempio di Comunione e Liberazione. Nessun dogma, infatti. Piuttosto insistenza sulla parola “incertezza”, la situazione derivata dalla pandemia proprio quando stava per tornare la fiducia dopo le crisi finanziarie ed economiche degli ultimi anni.

“Incertezza paralizzante nelle nostre attività e decisioni”, aggravante delle disuguaglianze, freno tirato sui consumi e gli investimenti e conseguenti recessione come mai si era visto in tempo di pace, perdita di posti di lavoro, minacce terribili allo stesso tessuto sociale con la chiusura delle scuole, le diatribe tra scienziati, la limitazione della circolazione delle persone e di molte attività.

Sembrerebbe non esserci indulgenza plenaria cui aggrapparsi neanche per il gran sacerdote Draghi il quale però indica ai governanti un metodo fatto di “flessibilità, pragmatismo e discrezionalità”.

Quasi il “discernimento” (decidere guardando in profondo la realtà) imparato forse quando andava a scuola dai gesuiti e di cui è maestro il gesuita papa Francesco il quale già due anni fà aveva “cantato” la sentenza al mondo della finanza: “I soldi non fanno i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro che conferisce dignità all’uomo, non il denaro”.

E lui, Draghi, esorta allora a non temere il debito se è buono, destinato cioè a “fini produttivi”, al capitale umano, all’occupazione, alle infrastrutture cruciali per la produzione, alla ricerca “rispettando l’ambiente ma senza umiliare l’uomo”.

Anzitutto per i giovani che quel debito dovranno pagare e potranno farlo solo se “formati, istruiti, educati”, semprechè chi governa oggi sia “trasparente nelle azioni, nelle spiegazioni della loro coerenza con il mandato ricevuto e con i principi che l’hanno ispirato”.

Così parla Draghi, mentre intorno ci si sbraccia in sussidi “che comunque finiranno”, si immaginano banchi per scuole immaginarie, ai giovani si consente di andare in discoteca ma non per ballare, viene fissato per decreto ministeriale, dalle 6 alle 18, l’orario di lavoro del virus, rimangono segreti i verbali delle riunioni degli scienziati governativi, tg e grandi giornali producono ansia di massa e l’incertezza aumenta.

Luigi Einaudi, che di Draghi fu primo predecessore repubblicano in Banca d’Italia, chiamava perciò “prediche inutili” questo tipo di discorsi e raccolse i suoi in un libro da cui si impara ancora specie leggendo quello dal titolo “Conoscere per deliberare”. Discernimento. Avrà studiato pure lui dai gesuiti?

Renzo Trappolini


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