Viterbo – “La macchina di Santa Rosa quest’anno sarebbe dovuta diventare tutta dipinta con colori rinascimentali o barocchi”. Raffaele Ascenzi, l’ideatore di Gloria (e prima di Ali di luce), svela le grandi novità in cantiere per l’edizione 2020 del trasporto, annullato a causa dell’emergenza sanitaria. E si prepara già all’eventuale doppio trasporto proposto per l’anno prossimo dal presidente del sodalizio dei facchini Mecarini: “Sarebbe una cosa giusta”.
Quali erano gli aggiornamenti previsti per la macchina di quest’anno?
“Avevamo in mente di stravolgere il significato architettonico della macchina. Avevamo fatto modifiche su un angelo, sulla santa e su un ostensorio. La macchina sarebbe dovuta diventare tutta dipinta con colori rinascimentali o barocchi. Il primo effetto era stato straordinario. Sarebbe stato un trasporto molto sentito, perché lo sforzo per compiere una pittura sulla macchina sarebbe stato importante, ma con una semplice pittura avremmo avuto una nuova macchina di Santa Rosa. Vorrà dire che i viterbesi vedranno queste cose l’anno prossimo”.
Per la comunità viterbese la macchina di Santa Rosa segna il tempo. Lei, che è stato facchino ed è l’unico architetto vivente ad aver progettato due macchine, come vive questi giorni senza la festa?
“È una sensazione insolita per tutti i viterbesi della nostra epoca, perché gli unici che si ricordano San Sisto senza la macchina sono quelli che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale e ormai di quelli ne sono rimasti pochi. Ho sempre sperato che anche quest’anno si potesse riuscire in un trasporto, magari a porte chiuse, per dare un messaggio forte di una città che si riunisce intorno alla propria santa e la porta sempre e comunque verso la sua casa. Ma chiaramente non è stato possibile”.
Avrebbe avuto senso una manifestazione popolare senza il popolo?
“Il popolo è dentro tutte le macchine di Santa Rosa, soprattutto in questa. Un progettista cerca di mettere tutta la viterbesità possibile dentro la macchina. Quello di quest’anno sarebbe stato un trasporto straordinario, in una città vuota, ma riempita dello spirito dei viterbesi”.
Cosa significa per lei la macchina di Santa Rosa?
“Un incontro spirituale tra i fedeli di Rosa e i cittadini di Viterbo, un motivo per riunire intorno a un simbolo una città intera. Questa è la cosa che mi ha sempre emozionato. E i facchini stessi rappresentano quello spirito di comunità che è importante per la nostra tradizione”.
Che rapporto ha lei personalmente con la santa?
“Lo stesso che aveva Nello Celestini e che adesso lui ha molto più diretto, visto che li immagino l’uno di fronte all’altra a raccontarsi tante cose. L’idea di Rosa è l’esempio che qualsiasi viterbese ha per affrontare le sfide che la vita propone. Io, quando ho delle difficoltà, mi rivolgo sempre a santa Rosa”.
C’è un ricordo intimo legato a santa Rosa che non ha mai raccontato?
“Io, grazie alle suore, ho sempre avuto un accesso facilitato al monastero. È proprio lì, davanti a santa Rosa, che ho consegnato l’anello a mia moglie quando le ho chiesto di sposarmi. Ma una volta sono andato e ho trovato chiuso, ho suonato e nessuno mi ha aperto. Volevo fare una preghiera per mia sorella Nicoletta e credo che quello sia stato un segnale, perché forse quella preghiera sarebbe stata efficace”.
Qual è il momento del trasporto che sente di più?
“Il passaggio sul corso è quello in cui si vive un’intensità maggiore e dove c’è un rapporto più diretto tra facchini, macchina, città e ideatore. L’ideatore viaggia davanti alla macchina, se la vede sfilare con un incedere gentile e nello stesso tempo vigoroso. Un ruolo fondamentale in quel momento ce l’hanno le guide, che spostano la macchina per non farla sbattere”.
C’è invece un momento che teme?
“Tutti pensano che il momento più difficile sia l’arrivo in salita, e in effetti in quella fase c’è la formazione dei facchini al completo. Io invece credo che il passaggio più difficoltoso sia il corso, dove si rischia di sbattere la macchina. Quello è il punto più importante da studiare anche per un progettista. Ali di luce aveva dentro di sé i meccanismi che facevano muovere le strutture per andare verso la città. Gloria, invece, è una macchina larga, per riempire tutto lo spazio, e in alcuni punti ha le braccia degli angeli che si sporgono sopra le gronde. Abbiamo avuto fortuna nella progettazione”.
Se dovesse descrivere il trasporto della macchina di Santa Rosa a uno straniero, che parole userebbe?
“Per un viterbese è normale vedere 100 persone sotto una torre di 30 metri, ma per uno straniero è una cosa innaturale. Quando ho fatto il mio primo trasporto con Armonia celeste, nel 1988, la sensazione è stata molto forte, perché è innaturale andare sotto quella torre così immensa. Ma noi ci basiamo sui secoli di storia che hanno preceduto il nostro trasporto e quindi siamo sicuri che tutto andrà bene”.
Lei sarà ricordato non solo per aver ideato due macchine di Santa Rosa, ma anche per essere l’ideatore della macchina che non è passata…
“Spero che basti così, perché in realtà io sono ricordato anche per il crollo di Ali di luce… E anche quello fu un episodio che dimostrò la forza dei viterbesi: ci riunimmo intorno alla santa e la ritirammo in piedi davanti al ponteggio distrutto in neanche 10 giorni. Io immaginavo che quest’anno potesse ripercorrere quei fasti. Ho letto l’intervista di Massimo Mecarini in cui apre alla possibilità di fare due trasporti l’anno prossimo e credo che sarebbe una cosa giusta”.
Quale messaggio vuole lanciare ai viterbesi?
“Quest’anno riempiamo i social con la macchina di Santa Rosa. Facciamo capire tutto il nostro amore per questa tradizione e portiamola anche fuori dai nostri confini, perché non è ancora conosciuta come si dovrebbe. Facciamo sì che questo sia un trasporto non compiuto, ma ricordato”.
Dall’intervista video di Carlo Galeotti
