Viterbo – Ho visto Viterbo vestita a festa, con indosso un abito sobrio e rispettoso del periodo di limitazioni che stiamo vivendo.
Ho visto le immagini delle macchine del passato campeggiare sulle mura.
Ho visto le massime autorità cittadine portare il loro omaggio alle 7 chiese, senza folla, senza banda, rappresentando una città intera che onora i suoi simboli, sempre.
Ho visto il centro storico chiuso al traffico, maxi schermi alle fermate che raccontavano la storia del trasporto, ingressi contingentati e rispetto del distanziamento fisico.
Ho ascoltato risuonare “Quella sera del 3”, una filodiffusione in punta di piedi, per i vicoli della città, dalle otto e mezza alle 21,30 abbracciando così, idealmente, l’orario del primo “sollevate e fermi”.
Ho visto una città sentirsi comunità anche nella difficoltà estrema, stringersi ordinata e compita intorno ai simboli più preziosi della sua identità, quelli che fanno spuntare i lucciconi agli occhi, che pescano le emozioni nel profondo più remoto.
Ho ascoltato parole che facevano riflettere sul valore di un rito che non si sarebbe consumato: annullare un trasporto è evento epocale, rende tutto surreale, ci fa perdere ogni riferimento di spazio e di tempo.
Ho visto i viterbesi, rassicurati da quelle parole, tornare a casa e andarsene a letto pieni di speranza, pronti a costruire tempi migliori.
Ma questo è stato solo un desiderio del mio cuore, un sogno dei miei occhi. Un mio personale “sabato del villaggio”.
Perché nella realtà, invece, la città purtroppo era spoglia e desolata. Per meglio dire, nuda: nuda come il re della proverbiale storiella. Soltanto qualche lodevole azione lasciata all’iniziativa di singoli volenterosi, commercianti e associazioni. Transenne e nastro da cantiere.
Un evento esclusivo – si poteva accedervi soltanto su invito – in piazza San Lorenzo: difficile immaginare qualcosa di più lontano dal “semo tutti de ‘n sentimento” che caratterizza la viterbesità senza distinzioni di censo, cognomi, ruoli.
La sera del 3 settembre 2020, senza il trasporto della macchina di santa Rosa – e ci auguriamo non debba più succedere – abbiamo perso un’occasione preziosa: per riflettere su noi stessi, su che cosa ciascuno di noi sia, in quanto cittadino viterbese, parte di una comunità; su che cosa ciascuno di noi possa fare per questa comunità, oltreché per sé stesso.
Nulla però è perso mai per davvero: spero che queste parole possano contribuire a seminare consapevolezza, a risvegliare quell’orgoglio che ci portò, 750 anni fa, a scoperchiare il tetto del palazzo papale.
Oggi basterebbe saper tornare a indignarsi per ciò che è brutto, per ciò che è insufficiente e inadeguato. Basterebbe saper tornare a guardare oltre il proprio ombelico.
Chiara Frontini
