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“Alberto Sordi 100 – storia di un italiano”, passeggiata-racconto sui set del “Vigile” di Zampa

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Alberto Sordi nei panni del Vigile

Alberto Sordi nei panni del Vigile

Viterbo - Antonello Ricci

Viterbo – Antonello Ricci

Viterbo – PromoTuscia, in occasione dei suoi 25 anni di attività legata alla promozione di Viterbo e della Tuscia, omaggia la nostra città con un itinerario-racconto a cura di Antonello Ricci.

L’itinerario si snoderà da piazza San Faustino (dov’era il portone di casa di Otello Celletti), passando per piazza del Comune (dov’era invece la casa del sindaco De Sica, ma anche le finestre del comune con il teatro-palco del comizio dei monarchici che hanno candidato Celletti-Sordi contro De Sica sindaco uscente) per concludersi in via san Lorenzo (dov’erano sia la leggendaria trattoria della “pernacchia” contro Otello che il meccanico di moto dove lavora da apprendista il giovanissimo figlio di Otello (via san Lorenzo teatro del mavvammorìammazzatuelaKoscina! di marisa Merlini moglie di Otello).

Filo rosso dell’evento sarà la rievocazione aneddotica e critica a proposito del set viterbese del “Vigile” di Luigi Zampa. Ma passo-passo cuore della narrazione sarà quella maschera-dell’italiano creata anno dopo anno, film dopo film dall’Albertone nazionale (per buona parte proprio sui set viterbesi dove Sordi lavorò con Fellini, Monicelli, Zampa e molti altri).

Partecipazione gratuita. Nel rispetto della normativa anti-Covid si raccomanda di portare la mascherina nonché di mantenere costantemente la dovuta “distanza sociale” evitando assembramenti. Info Promotuscia: 0761-304643.


Una passeggiata sul set viterbese del Vigile di Luigi Zampa. Il vigile, alias Otello Celletti, alias Alberto Sordi. Film consacrato nell’immaginario collettivo nazionale come apologo all’agrodolce intorno agli “effetti collaterali” del Boom economico sul tessuto antropologico di una nazione (meglio: di una regione, il Lazio) perdutamente ancora (e sempre) contadina e papalina.

La nostra sarà dunque, scandita per stazioni, una vera e propria via crucis “critica” nei “luoghi” più oscuri e inconfessabili del rapporto tra l’italiano medio, di recentissima promozione piccoloborghese, e le istituzioni (traduco: il potere).

Rinunciando a malincuore alla leggendaria scena dell’ingorgo a porta Fiorentina (causato dal vigile Celletti nel giorno del suo esordio in uniforme; mio padre me la rievocava spesso, puntualmente sghignazzando), partiremo da piazza San Faustino (angolo via Maria Santissima Liberatrice). Dal portone di casa Celletti. Incipit del film: con Otello, in giacca da camera, spedito da una splendida, patetica, davvero bella Amalia-Marisa Merlini (sua concubina, secondo la terminologia dell’epoca) a comprare mezzo litro d’aceto in trattoria. Il dialogo col ragioniere sui seicento mijoni de Cinesi. Sulla piazza ci sono lavori in corso, è un viavai di uomini e di mezzi.

Con la sua consueta prosopopea Otello si ostina ad “aiutare” a gesti un camionista in retromarcia, col risultato che quello sprofonda in una buca. Ecco, quella buca. Mi piace ricordare qui una storia tutta italiana. La storia del viterbese Edoardo Bracaglia (classe 1925, professione selciarolo), che quella buca fu incaricato di scavare per conto della produzione del film. E lui, artigiano erede di un mestiere famigliare, la volle scavare a regola d’arte. Così come a regola d’arte l’avrebbe richiusa a riprese ultimate. Qualche anno fa, suo genero Alberto prese su il telefono e volle raccontarmi questa storia vivavoce.

E aveva ragione lui, perché la (pur umilissima) storia di Edoardo rappresenta memoria, dignità e valori di un pezzo d’Italia che non c’è più: l’Italia delle sapienze artigianali millenarie, di una cultura della creazione a mano, delle mani che sanno forgiare bellezze e illusioni irriducibili a parole, e che proprio nel mondo del cinema, nella fabbrica dei sogni finirono per intonare il loro canto del cigno, coi loro estremi epigoni: le maestranze del set. Maestranze adorate, non a caso, e puntualmente celebrate da un Federico Fellini (rivedersi il capolavoro Intervista, per capirci). Comunque sia: date un’occhiata ai selciati delle nostre strade d’oggi e capirete al volo. A quel tempo Edoardo aveva 91 anni. Mi mandò a salutare. Ancora oggi gliene sono grato.

Poi c’è piazza del Comune. Ai piedi del leone ritto sulla colonna e della torre civica, proprio sull’angolo di via Roma, rievocheremo il palco del comizio monarchico che promuove la candidatura del vigile Otello Celletti (da imprimere a lettere d’oro nelle lista elettorale!) ed è rivolto dall’oratore-avvocato a quei 25 elettori indecisi (ahi, che straordinaria parodia ai “danni” del monumento manzoniano!) i quali nella precedente tornata avevano finito per scegliere (non si sa come non si sa dove non si sa perché!) il partito di governo (leggi: DC), facendo pendere l’ago della bilancia a favore di un indimenticabile De Sica-sindaco.

Poi c’è il portico del palazzo comunale, fattosi androne della casa di De Sica: dove Otello e Remo suo figlio (l’intrepido bambino che, salvando da affogamento “certo” un suo coetaneo un po’ tonto, figlio di un assessore, ha inconsapevolmente dato abbrivio alla filiera dei “guai” di Otello) incontrano il salvato vestito da improbabile-esilarante boyscout.

Tappa finale a via San Lorenzo (all’altezza del vicolo del Ganfione, angolo con la prefettura). Due luoghi, uno dirimpetto all’altro. Sulla destra l’uscio della bottega dove Remo lavora da apprendista meccanico: è un’altra Italia, l’abbiamo detto; un paese dove a dieci anni vai già a lavorare; ma c’è anche che, già di suo, Remo (personaggio straordinario) è obbligato a crescere in fretta: perché proprio su lui ricadono tutti i peccati d’immaturità e infantilismo che condannano Otello a un destino irrimediabilmente servile (in questo senso mi piacerebbe far notare come i confini di Otello siano marcati, sul versante anagrafico opposto, da un padre che gli somiglia più di quanto lui somigli a Remo: l’inimitabile Capannelle, cialtronescamente spacciatosi per decenni quale eroico e valoroso suldà, mentre a suo tempo era finito in galera con disonore: per aver sparato ubriaco niente di meno che al re in persona. Ma questa è proprio un’altra storia).

Sul lato opposto della strada, la sede della trattoria. Sì, avete capito bene: quella della pernacchia. Quella dove la sera si va per assistere tutti insieme al Musichiere, spettacolo tv condotto da Mario Riva (il cui figlio ebbe da lui nome Antonello: ed è il motivo per cui io, nato nel ’61, fui chiamato così dai miei). È il quarto d’ora di popolarità goduto (voluttuosamente, andrà rimarcato) da Otello: quando sul piccolo schermo la luminosa Sylva Koscina lo saluta davanti a milioni di telespettatori (mettendolo nei guai). Sulla cui soglia la Merlini, umiliata-indignata da tanta promiscuità subita, leva alta la sua maledizione: – Ma va’ a morì ammazzato, a te e la Koscina!

Venite, ci faremo quattro risate, statene certi!

Antonello Ricci


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