![]() Il tribunale di Roma dove in tredici sono stati rinviati a giudizio lo scorso 24 gennaio – Nei riquadri Ionel Pavel, Emanuele Erasmi e Manuel Pecci |
Viterbo – Un boato nella notte, una colonna di fiamme e fumo, l’auto lasciata lì a bruciare sotto gli occhi della vittima, la fuga nel buio su una Fiat Punto nera a fari spenti.
Due volte nella stessa sera, tra il 18 e il 19 aprile 2017: alle 23.10 a Grotte Santo Stefano e a Capodimonte alle 23.54. Il tempo di percorrere i 27 chilometri che separano i due paesi.
Bersagli rispettivamente un carabiniere e il titolare di un compro oro. Ed è subito mafia viterbese.
Sono i primi attentati intimidatori della banda di Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. In tredici sono finiti in manette nel blitz Erostrato del 25 gennaio 2019, scattato su input della Dda di Roma. In tredici sono stati rinviati a giudizio lo scorso 25 gennaio.
E ieri è entrato nel vivo col racconto dei roghi delle vetture del brigadiere Massimiliano Pizzi (parte civile con l’avvocato Roberto Alabiso) e di Ulisse Piergentili il processo in corso a Viterbo a Manuel Pecci, Emanuele Erasmi e Ionel Pavel. I tre sono imputati a vario titolo, davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone, di furto, danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso.
Riflettori puntati su Pavel Ionel. Sarebbe stato proprio l’operaio romeno 36enne, difeso dall’avvocato Michele Ranucci, a rubare la Fiat Punto nera vecchio tipo il 25 gennaio 2017 a Montefiascone. In pieno pomeriggio, a un uomo del posto che l’aveva lasciata parcheggiata sulla strada mentre lavorava su un piccolo appezzamento di terreno.
Dopo gli incendi, la vettura è stata nascosta presso un casello ferroviario dismesso sulla Cassia Nord. Segnalata da un residente, è stata munita di gps dagli investigatori, per monitorarla se il sodalizio l’avesse utilizzata per altre imprese. Invece pochi giorni dopo, il 23 aprile 2017, le hanno dato fuoco.
Carabiniere “punito” perché indagava troppo
E’ stato lo stesso Pizzi, in forza al nucleo investigativo di Viterbo, a spiegare in aula le due possibili molle che avrebbero spinto il boss Rebeshi a mettere in atto la ritorsione. “Il 4 febbraio 2017 avevo arrestato il fratello David con 38 chili di marijuana, mentre il 13 aprile, pochi giorni prima quindi, avevo preso parte in Sardegna all’arresto di un corriere della droga partito da Viterbo e sorpreso con 10 chili di cocaina, nell’ambito di indagini sui presunti giri di droga in cui era coinvolto Ismail-Ermal Rebeshi”.
“In seguito all’attentato mi hanno tolto le indagini”, ha risposto al pm Fabrizio Tucci, sottolineando come, se questo era lo scopo, sia stato raggiunto. Di lui i sodali avrebbero conosciuto perfino il soprannome, Tribola, col quale lo chiamano nelle intercettazioni.
Ismail Rebeshi, il 26 novembre 2018, due mesi prima del blitz antimafia, è stato poi comunque arrestato per droga nell’ambito dell’operazione Ichnos. Tra novembre 2017 e febbraio 2018, secondo l’accusa, sarebbe riuscito a rifornire un gruppo sardo di un chilo e mezzo di eroina e di sei chili di cocaina. Proprio nel novembre 2017, nel frattempo, il presunto corriere arrestato da Pizzi ad aprile, un imprenditore 37enne di Vignanello originario della Bosnia, è stato condannato a otto anni in primo grado dal tribunale di Oristano.
L’imputato Ionel oltre ad avere rubato la Punto usata per gli attentati avrebbe anche partecipato a un sopralluogo davanti a casa di Pizzi il giorno prima dell’attentato incendiario.
Auto bruciate e percosse, anche le bariste del Theatrò tra le vittime
Passa l’estate e l’autunno successivo, tra settembre e ottobre 2017, sempre Ionel Pavel avrebbe contribuito a minacciare i due romeni organizzatori delle famose serate da ballo per connazionali al Theatrò, uno dei quali parte civile con l’avvocato Samuele De Santis, bruscamente interrotte dallo stesso titolare della discoteca, Fabio Chiovelli sentito come testimone, dopo avere trovato la “sorpresa” di cinque teste mozze di animali appese sull’ingresso del locale.
“Io vi rompo il culo, me la prendo anche con un bambino di un anno”, avrebbe mandato a dire Rebeshi ai due romeni. “Io personalmente non ho mai ricevuto minacce, ma dopo le tre serate del 30 settembre, 2 e 7 ottobre e il ritrovamento da parte di mio figlio delle teste di animale il 10 ottobre, ho ritenuto opportuno sporgere denuncia e porre fine all’accordo per le serate”, ha detto Chiovelli.
Oltre a Chiovelli è stata sentita anche una delle cameriere-bariste vittime della banda di Trovato e Rebeshi, quella cui la sera del 3 ottobre 2017 è stata bruciata la macchina, una Smart gialla, sotto casa. E’ andata peggio alla collega, che la sera prima è stata percossa, caricata su un auto e portata via dal locale. A uno dei due romeni, il 30 settembre, è stato spaccato con una sprangata il parabrezza del furgone. Al responsabile della sicurezza è stata incendiata la Porsche.
Il giallo della telefonata di “avvertimento” del boss a un avvocato
Alla fine l’ha spuntata l’avvocato Carlo Taormina, che con Fausto Barili difende il parrucchiere Manuel Pecci, accusato di essersi servito del sodalizio criminale per risolvere una controversia civile, convincendo a più miti consigli un cliente insoddisfatto che si era rivolto a un legale per denunciarlo.
Sarebbe stato lo stesso legale del cliente insoddisfatto a ricevere una telefonata del boss Trovato che, a nome di Pecci, gli avrebbe detto di avvertire il suo assistito che si stava mettendo contro gente pericolosa.
La testimonianza dell’avvocato del cliente di Pecci, stralciata dal collegio quando ha sfoltito la lista ritenuta sovrabbondante, è stata riammessa ieri su richiesta della difesa di Pecci, perché della presunta conversazione tra il boss e il legale c’é traccia solo nella trascrizione di una telefonata in cui Trovato ne parla con uno dei sodali.
Sarà l’avvocato, quindi, a dire in aula se veramente il boss lo ha chiamato a nome di Pecci per “avvisare” il suo assistito che sarebbe stato meglio lasciar perdere le carte bollate.
Si torna in aula il 30 settembre.
Silvana Cortignani



